Cambia con me, intervista a Carla Gozzi


Carla Gozzi torna su Real Time con un nuovo programma dedicato al makeover: la parola d’ordine è l’unicità”.

Cambiare look per cambiare vita: è questo il concept intorno a cui si muove Cambia con me, il nuovo programma Real Time al via questa sera, martedì 9 luglio alle 21.10, con la prima delle sue sei puntate da un’ora, prodotte da DueB per Discovery Italia. Sei storie di donne che hanno scelto di affidarsi alle sapienti mani di Carla Gozzi, che torna su Real Time a qualche anno dal suo ultimo programma, Mamma sei too much!, per portare sullo schermo la quintessenza del suo lavoro.

Messi da parte format terzi, la Gozzi racconta non solo la trasformazione di sei donne che riconquistano la fiducia in se stesse riconoscendosi finalmente allo specchio, ma anche la natura stessa della professione di consulente d’immagine. Storie di riaffermazione del sé sul fronte delle protagoniste del caso di puntata, storie di professionismi sul coté della continuing story: se la Gozzi cura la regia della trasformazione, a metterla in atto c’è un’equipe medica medica composta dal chirurgo Antonio Cella, dal medico estetico Dario Tartaglini e dall’odontoiatra Valentina De Giorgi. Ma la chirurgia non è un passaggio obbligato: è proprio sulla filosofia che anima il concept e sulla strategia trasformativa che ci siamo soffermati nell’intervista che Carla Gozzi ci ha concesso alla vigilia del debutto sul digitale terrestre. La serie, infatti, è stata resa disponibile per gli abbonati a DPlay dallo scorso giugno, ma da stasera sarà visibile a tutti.

Il filone dei makeover è da almeno un decennio la spina dorsale del factual in Italia e Cambia con me si inserisce in un filone di lunga tradizione, da Il Brutto Anatroccolo a Selfie. Rispetto ai suoi precedenti programmi, in questo si spinge di più sul pedale del makeover ‘estremo’.

E’ vero, Cambia con me spinge sulla chiave makeover, ma ‘spinge’ con grande attenzione in direzione dell’unicità, del ‘be unique’, come vuole la nuova era del makeover. Ecco, questa cosa ci tengo a sottolinearla: il nostro non è un makeover standardizzato. Il concetto stesso di makeover è cambiato: non più copia-incolla valido per tutte, ma attenzione a una trasformazione armoniosa con la persona interessata e in ogni aspetto, dal trucco ai capelli, dalla moda agli accessori, passando per la chirurgia estetica e anche per i dentisti, perché oggi la bellezza è a tutto tondo. L’obiettivo è raggiungere quel sogno ideale che dovrebbe rappresentare per lei, la nuova personalità da cui parte una nuova vita. Quindi un makeover importante, strategicamente pensato per rappresentare l’unicità, senza stereotipi. Perché ognuno è diverso.

Un principio che abbiamo visto anche in Ma come ti vesti?!, anche se in chiave decisamente più leggera e meno invasiva…

Verissimo, ma in questo caso lo sottolineo perché ci sono di mezzo la chirurgia e la medicina estetica: e qui dobbiamo stare molto più attenti. Il mio compito è proprio quello di armonizzare tutto, da una parte l’immagine ideale che le protagoniste hanno si sé, sia la visione più tecnica che hanno gli specialisti. In questo senso io sono il filo conduttore che crea una strategia sia visiva, considerando quel che riguarda l’abbigliamento, il trucco e gli accessori, che operativa, relazionandomi quindi con i professionisti per trasmettere loro quell’idea di unicità nata dall’incontro e dalla conoscenza con la donna protagonista. extra quindi relaziona con i professionisti per individuare il miglior tipo di intervento, per capire come meglio far emergere la personalità della protagonista…. per fare un esempio, se mi trovo di fronte un naso aquilino non punto al nasino alla francese ‘da catalogo’, ma bisogna capire quale sia la migliore soluzione per non stravolgere tutto e, al contrario, far emergere la vera voce della protagonista.

Ma la chirurgia è un momento sempre presente nel format?

Assolutamente no, e anche questo rientra nella logica dell’essere unici. Se se ne può fare a meno non si interviene. Anche questo rende il format, e l’approccio al makeover, diverso da altri.

Come funziona il programma?

La trasmissione è divisa in due parti, una di analisi e una di test e di trasformazioni: nella prima conosco la protagonista e vado a trovarla a casa, in modo da saperne di più su di lei, sul suo modo di vivere, per conoscerla meglio al di là della lunga e importante chiacchierata che facciamo. La seconda parte si svolge nel mio atelier ed è qui che inizia la fase di test e di studio, tra misure e prove cromatiche. E’ qui che il progetto prende forma, prima della fase decisiva, quella della trasformazione, che resta per lo più blind per la protagonista. Non ha specchi, quindi non può vedere come sta cambiando: qualche indizio magari lo deduce, qualche traccia le arriva, ma si riscoprirà solo alla fine, quando sarà di fronte allo specchio. A proposito degli interventi non standardizzati, in alcuni casi ho coinvolto un voice coach, per permettere a una ragazza particolarmente timida qualche strumento per gestire al meglio anche la sua voce, aspetto importantissimo nella comunicazione; in un altro caso ho chiamato un personal trainer per affiancare una ragazza, indipendente, autonoma, già affermata come freelance a Londra, che però aveva difficoltà a perdere peso. Insomma, un intervento taylor-made.

Sono storie di trasformazione estetica, ma soprattutto di riconquista di sé. Ma sono anche storie di fiducia, perché affidarsi a un team per cambiare aspetto, e vita, è un momento decisivo nel rapporto di una persona con sé e con gli altri. Questo elemento sarà presente nel racconto televisivo?

Decisamente, anche perché le protagoniste si aprono moltissimo, raccontando anche storie molto personali, molto sofferte, molto intime. Si instaura quindi una relazione molto forte. Del resto solo così si riesce davvero a comprendere chi si ha davanti e cosa è meglio per quella persona:  Devo dire soltanto così ecco che riesce veramente a comprendere chi abbiamo davanti in questo caso. Ma cosa devo fare è meglio per quella persona: conoscerne tutte le sfumature permette di aiutarle meglio.

Il programma racconta sei storie di donne diverse per età, provenienza, esperienza: ci dica qualcosa di più delle protagoniste. 

Si va dalle donne appena trentenni a una signora di 70 anni davvero fantastica. C’è ad esempio una ragazza prossima ai 30 anni molto insicura, molto fragile, con un trascorso familiare molto difficile che cercava una nuova sé attraverso quel cambiamento esteriore che dà nuova sicurezza, nuova energia. E poi agli antipodi abbiamo una signora di 70 anni, davvero fantastica, che è diventata bellissima e sarà di certo molto invidiata dalle coetanee: l’ho conosciuta un po’ triste, sola, ormai vedova, in una casina piccolina, a Milano, con qualche difficoltà economica da affrontare e che anche per questo aveva smesso di curarsi, perché quando si cerca di sopravvivere il resto è secondario. Ma è una donna bellissima, con una bella testa, un bel fisico ed è bastato davvero poco perché rifiorisse. Con lei ho mantenuto i contatti e ormai è scatenatissima: esce, va a ballare, è tornata a vivere!

Eh sì, perché ci si dimentica troppo spesso di quanto il sentirsi a disagio in un corpo che non si riconosce diventi una barriera e un freno per godersi la vita: non è una questione di piacere agli altri, ma di riconoscere se stessi…

Esattamente, è proprio così. Perché quando ci si sente belli si è pronti a conquistare il mondo. E la consulenza deve portare proprio a cambiare approccio verso la vita, sennò non ha senso. In più come dicevamo prima, riconoscersi va al di là del ‘canone di bellezza’, va al di là della moda stessa. Ebbene, potrà sembrare strano, perché la moda in fondo è il mio mondo, ma sono diventata ‘l’antimoda’, nel senso che ho creato una mia capsule collection in atelier fatta di capi, sia pur moderni e contemporanei, che non seguono il trend del momento ma che si prestano a tutti i fisici. Il problema della moda oggi è che se tu cerchi qualcosa che non è ‘previsto’ nelle collezioni 2019 non la trovi da nessuna parte, ma non è detto che a tutte stiano bene le longuette, per dire. E così finisce che diventi omologata e magari anche mal vestita. Quindi bisogna trovare la propria strada, ad personan, assolutamente.

La chiave narrativa predominante è quella docu, dunque, con un focus molto più attento che in passato al lavoro del consulente, meno ‘intrattenitivo’ e più realistico…

Sì, molto più docu di altri programmi, anche perché viene realizzato nella mia accademia, nel mio atelier, con i miei collaboratori e quindi decisamente più documentaristico, perché di fatto ripercorre quel che faccio nella quotidianità della mia professione.

Si sta già lavorando a una seconda stagione o si aspetta di capire come andrà questa prima stagione?

Beh, siamo in tv quindi è normale che si aspetti di capire come andrà prima di procedere. Ma so che su DPlay è andato molto bene: suppongo che sia un tema sempre interessante e coinvolgente.

 

E io intanto inizio a iscrivermi per la seconda….

 

 

 



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