Chi decide e chi non ne risponde

Chi decide e chi non ne risponde

A seguito dell’episodio dell’oscura manina che aveva privato l’Anac di un (discutibile) potere, senza che – in via ufficiale – nessuno se ne fosse accorto, qualcuno si è chiesto chi decida veramente nelle amministrazioni dello Stato e chi, conseguentemente, sia responsabile delle decisioni assunte.

Per rispondere alla domanda possono prendersi le mosse da una circolare emanata – si suppone – a seguito dell’episodio sopra ricordato, con cui la sottosegretaria alla presidenza del consiglio ha ribadito a tutte le strutture competenti “la necessità di farle pervenire in preventiva visione ogni schema di provvedimento, destinato ad essere adottato in forma di Dpcm o Dpr”, nonché ogni schema di atto amministrativo e documento da sottoporre alla deliberazione o all’esame del consiglio dei ministri. La “preventiva visione” era regola già insita nell’attribuzione delle deleghe alla sottosegretaria, sancita nel gennaio scorso: qual è dunque la finalità di ribadirla? Verosimilmente, si vuole far intendere che l’atto da cui è scomparsa la norma sui poteri dell’Anac non sarebbe stato sottoposto ex ante “a chi di competenza” (il “burocratese” è voluto): da ciò la necessità di richiamare all’ordine i “burocrati” interessati.

La circolare formalmente riafferma l’accentramento di poteri presso Palazzo Chigi, ma sostanzialmente attesta ancora una volta che nelle amministrazioni dello Stato la matassa dei poteri decisionali e delle relative responsabilità è un inestricabile groviglio. Questo è il risultato della sistematica elusione del principio di separazione fra politica e amministrazione, con l’ingerenza della prima nella seconda. Il principio venne introdotto nell’ordinamento, all’inizio degli anni ’90, col virtuoso intento di distinguere tra i compiti (politici) di chi fissa gli obiettivi da perseguire e i compiti (amministrativi) di chi deve realizzarli. La conseguenza, altrettanto virtuosa, avrebbe dovuto essere quella di assegnare a ognuno responsabilità chiare e nette: l’una (politica) da vagliare mediante la verifica ex post della coerenza e della fattibilità del programma previsto e da “sanzionare” in sede elettorale; l’altra (amministrativa) da valutare sulla base di criteri di efficienza, efficacia e economicità dell’azione, esaminando i risultati raggiunti a fronte degli obiettivi prefissati, e da premiare o meno in termini di carriera. Tale disegno è rimasto sulla carta.

Nella realtà, una commistione insana di ruoli, risultante da norme e prassi, in molti casi rende difficile trovare il bandolo della citata matassa, attribuendo al titolare di un determinato potere, non gestito a dovere, le relative “colpe”. Ha concorso a tale risultato, innanzitutto, la disciplina del conferimento di incarichi dirigenziali. Infatti, “la predeterminazione di requisiti professionali (titoli di studio, esperienza professionale) o la previsione di una procedura che garantisca la valutazione comparativa dei requisiti e dei titoli professionali” non esclude la discrezionalità dell’organo politico nelle nomine e, quindi, il rischio della conseguente “porosità” dei nominati ai suoi “desiderata”. Così la politica si ingerisce in scelte di gestione delle quali non risponde, stante il principio di separazione sancito formalmente; mentre la dirigenza amministrativa, per motivi di carriera, economici ecc., si sottomette a tale ingerenza, restando spesso indenne dalla responsabilità connessa al proprio ruolo in quanto protetta dallo scudo della politica che l’ha nominata. Tutto si tiene, com’è evidente, perché ognuno degli attori coinvolti ha motivi di convenienza. Qualcuno l’ha definito un “pactum sceleris”; secondo altri non esiste neanche questo patto, perché non vi è nemmeno uno scambio: “il politico nei fatti governa direttamente sulla base della soggezione implicita della dirigenza”.

Tra i meccanismi che permettono l’insana commistione tra politica e amministrazione può menzionarsi anche la possibilità, prevista dalla legge, di rinnovare i dirigenti di vertice a ogni cambio di esecutivo, sulla base della “fiduciarietà” (i.e. consonanza politica e relazionale con il titolare dell’organo politico); o l’assegnazione di incarichi a personale esterno al ruolo, nelle percentuali consentite ex lege, non sempre giustificata dall’assenza di competente personale interno e, quindi, in molti casi espressione della “fiduciarietà” di cui al caso precedente. Ma vanno citati soprattutto gli “uffici di diretta collaborazione”, pure previsti dalla legge, ai cui componenti è richiesto l’unico requisito del legame fiduciario con l’organo politico: concepiti come elementi di raccordo tra il vertice e l’amministrazione, nel tempo hanno finito per sovrapporsi alle strutture destinate alla gestione (su questi uffici presso Palazzo Chigi durante il precedente esecutivo vi sono evidenze molto interessanti). Tali uffici, peraltro, concorrono alla produzione normativa di competenza del governo (a proposito della “manina” sopra citata, che sembra più una longa manus).

Tutto quanto descritto, e molto altro, ha sortito l’effetto di “spostare l’equilibrio tra politica e amministrazione, in favore della prima”. La classe dirigente della P.A. si muove tra fidelizzazione e fiduciarietà, come visto, e la riforma sulla dirigenza pubblica – provvidenzialmente fermata dalla Consulta – avrebbe rafforzato certi legami pericolosi mediante un sistema preordinato ad accentuare la soggezione dei dirigenti della P.A. ai vertici politici, aggravando il corto circuito delle rispettive responsabilità.

Stante quanto esposto, e tornando alla domanda iniziale, è evidente chi ha poteri decisionali, in ultima istanza, nelle amministrazioni dello Stato, nonché il motivo per cui, alla fine, nessuno ne risponde. Basta andare oltre le sceneggiate che la politica allestisce quasi quotidianamente. Ma quanti hanno ne ancora voglia? Sempre meno, purtroppo: anche questo è evidente.