Disuguaglianza, pericolo globale del futuro



Gli Stati Uniti e il Lussemburgo, due tra i paesi più ricchi al mondo, hanno un reddito medio pro capite circa 100 volte più alto di quello di paesi come il Burundi o la Repubblica Democratica del Congo. Un dato tragico per i paesi poveri. Ma potrebbe diventarlo anche per quelli ricchi?

Fino a poco tempo fa tutta quella povera gente non rappresentava una minaccia per le nazioni ricche. “Loro”, laggiù, sapevano poco o niente di come viviamo noi, e se pure ne sapevano qualcosa e si arrabbiavano, non potevano farci nulla.

Oggi invece i paesi poveri, anche se lontani, sono in grado di creare problemi a quelli ricchi, per motivi che possiamo sintetizzare in una sola parola: globalizzazione. La rete sempre più fitta di connessioni che collega le varie parti del mondo permette a chi vive nei paesi in via di sviluppo di essere consapevole delle disparità tra gli standard di vita. Inoltre, oggi, molte di queste persone possono visitare i paesi ricchi.

La globalizzazione ha reso insostenibile il persistere di disparità così drammatiche tra standard di vita alti e bassi. Le prove di questa insostenibilità sono ovunque, ma tre esempi spiccano su tutti.

Il primo è l’ambito

sanitario: qui la globalizzazione ha avuto come effetto indesiderato la diffusione di molte malattie. Oggi malattie temute che sono endemiche in paesi poveri con misure sanitarie insufficienti arrivano nei paesi ricchi con i viaggiatori provenienti da quei paesi. Sono malattie antiche, come il colera e l’influenza, o più recenti, come l’AIDS, l’Ebola e il Marburg. Nel 1992, durante uno scalo in Perù, fu caricato a bordo di un aereo di linea argentino diretto a Los Angeles del cibo contaminato dal colera. Alcuni passeggeri del volo proseguirono per Seattle, altri per l’Alaska, altri ancora per Tokyo, diffondendo il virus dalla California al Giappone.

Il secondo ambito è quello del terrorismo. La disuguaglianza globale non può essere considerata di per sé una causa diretta degli atti di terrorismo. Di persone folli, arrabbiate e pronte a uccidere ce ne sono in tutti i paesi, e quelli poveri non hanno alcun monopolio in questo. Il problema è che oggi gli abitanti dei paesi poveri sono bombardati da visioni mediatiche di stili di vita attuabili altrove ma inaccessibili a loro. Così, tra rabbia e disperazione, alcuni diventano terroristi e altri tollerano o sostengono i terroristi.

Prevedo che il persistere di questa enorme disparità negli stili di vita porterà a nuovi attacchi terroristici contro gli Stati Uniti, l’Europa, il Giappone e l’Australia.

Il terzo risultato dello scontro tra disuguaglianza e globalizzazione deriva dal fatto che le persone con standard di vita bassi aspirino al benessere. Nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo il miglioramento della qualità della vita è un obiettivo politico prioritario. Ma i milioni di persone che vivono in quei paesi non hanno la pazienza di aspettare che chi li governa riesca a garantir loro uno standard di vita più elevato nel corso della loro esistenza.

Piuttosto quel benessere se lo vanno a cercare ora, emigrando, con o senza visto, nei paesi sviluppati, soprattutto nell’Europa occidentale, negli Stati Uniti e in Australia, provenienti da Africa, Asia e America Latina. Che cerchino opportunità economiche, asilo politico, o un rifugio dalla violenza, è ormai chiaro che è impossibile controllare le recenti ondate migratorie che avvengono un po’ in tutto il mondo.

Non tutti però potranno raggiungere gli standard di vita dei paesi sviluppati. Basta fare due conti.

L’indice di consumo medio pro capite indica la quantità di combustibili fossili e altre risorse che una persona consuma in media in un anno. Nei paesi ricchi questi indici sono fino a 30 volte più alti rispetto ai paesi poveri. Moltiplicando la popolazione attuale di ciascun paese per il suo indice di consumo medio pro capite di una risorsa – per esempio, del petrolio – e sommando i dati dei singoli paesi, si ottiene l’attuale indice di consumo globale di quella risorsa.

Adesso rifacciamo il calcolo considerando per tutti i paesi in via di sviluppo un indice di consumo fino a 30 volte più alto di quello attuale.

Ne risulta un indice di consumo globale 10 volte maggiore di quello attuale che, con l’attuale distribuzione degli indici di consumo, equivarrebbe a una popolazione mondiale di circa 80 miliardi di persone. I più ottimisti sostengono che la Terra possa sostenere 9 miliardi e mezzo di abitanti, ma nessun ottimista sarebbe così pazzo da affermare che può sostenere l’equivalente di 80 miliardi di abitanti.

Noi promettiamo ai paesi in via di sviluppo che basterà adottare buone politiche, ad esempio governare con onestà, per raggiungere il benessere. Ma questa promessa è una beffa crudele. Il mondo non ha abbastanza risorse. Abbiamo difficoltà a sostenere lo stile di vita dei paesi sviluppati già adesso, e a goderne è soltanto 1 dei 7,5 miliardi di abitanti che popolano la Terra.

Spesso gli americani parlano della crescita dei consumi della Cina e di altri paesi in via di sviluppo come di “un problema” che vorrebbero non esistesse. Naturalmente il “problema” continuerà a esserci: anche in altri paesi la gente vuole godere degli indici di consumo di cui godono gli americani. E quella gente non ascolterebbe di certo se si dicesse loro di non fare quello che gli americani fanno già. La sola strada sostenibile per questo mondo globalizzato è rendere gli indici di consumo più o meno uguali per tutti i paesi. Peccato che l’attuale livello di stile di vita dei paesi sviluppati  non sia sostenibile, e lo è ancora di meno l’idea di portare i paesi in via di sviluppo a quel livello.

Ciò significa che siamo condannati al disastro? No! Si potrebbe anche arrivare a una situazione stabile, in cui tutti i paesi convergono su indici di consumo inferiori a quelli di cui godono oggi le nazioni sviluppate. “Non sacrificheremo il nostro standard di vita per quella gente!”, potrebbero obiettare gli americani. Come disse una volta l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Dick Cheney, “lo stile di vita americano non è negoziabile”. Ma la cruda realtà della disponibilità di risorse del pianeta dice che lo stile di vita americano cambierà, che piaccia o no. Quella è davvero una realtà che non si può negoziare.

Per quanto possa sembrare allarmante, sono convinto che non sarebbe un grosso sacrificio. Perché? Perché gli indici di consumo e il benessere, benché correlati, non sono interdipendenti. Negli Stati Uniti i consumi sono per lo più eccessivi e non contribuiscono a una migliore qualità della vita. In Europa, per esempio, il consumo pro capite di petrolio è circa la metà di quello degli Stati Uniti, eppure il benessere dell’europeo medio è superiore a quello dell’americano medio in tutti gli aspetti più significativi: sicurezza finanziaria dopo il pensionamento, salute, mortalità infantile, aspettativa di vita e tempo libero. Se guardate quante auto passano in una strada qualunque degli Stati Uniti, pensate a quanto consumano e chiedetevi se quel consumo smodato può contribuire positivamente a un qualunque indicatore della qualità della vita.

Conclusione: di sicuro, entro questa generazione, i consumi pro capite dei paesi sviluppati diminuiranno rispetto a quelli attuali. L’unica incognita è se ciò avverrà per nostra scelta o perché saremo costretti a farlo in seguito a circostanze spiacevoli. È altrettanto certo che entro questa generazione i consumi pro capite dei paesi in via di sviluppo non saranno più un trentesimo di quelli dei paesi sviluppati; ci sarà meno disparità. Non parlo di spaventose prospettive da combattere, ma di obiettivi verso cui tendere. Sappiamo già come fare a raggiungerli; quello che manca è la volontà politica necessaria.

Dovremmo essere depressi per le conseguenze della disuguaglianza? Di nuovo, no! Sebbene i problemi peggiorino, nel contempo aumentano le possibilità di trovare soluzioni. Gli accordi plurinazionali e globali hano già risolto alcuni grossi problemi. Io vedo il nostro mondo come una gara tra due destrieri: quello della speranza e quello della distruzione. Non è una gara normale, dove si corre a velocità costante, ma una corsa ad accelerazione esponenziale, dove i due cavalli corrono sempre più rapidamente. Tra qualche decennio sapremo quale dei due avrà vinto.