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La guerra di Facebook e Instagram ai troll (russi, ma non solo) si allarga sul fronte europeo. Come annunciato nelle scorse settimane, a partire da oggi e in vista delle elezioni europee del 26 maggio, nei 28 (o forse 27, dipende dalla Brexit) Paesi dell’Unione, i social network di Mark Zuckerberg mettono al bando la propaganda di dubbia provenienza e le interferenze straniere.

L’obiettivo dichiarato è impedire che si ripetano i tentativi di inquinare il voto già visti in occasione delle elezioni americane del 2016, quando vennero architettate – sotto una regia che aveva base in Russia – campagne di disinformazione mirate per influenzare gli elettori statunitensi a favore dei repubblicani.
 

La procedura di autorizzazione

Per riuscire nel suo intento e recuperare punti in termini di immagine – dopo essersi dovuto difendere per due anni da varie accuse, dall’omesso controllo alla cattiva gestione dei dati degli utenti – Facebook punta sulla trasparenza degli annunci e sulla responsabilizzazione degli inserzionisti: d’ora in poi, prima di pubblicare contenuti (a pagamento) di carattere elettorale, sarà obbligatorio ottenere l’autorizzazione, registrandosi e fornendo una serie di informazioni identificative, a partire dalla nazione di residenza.

Facebook e Instagram, di fatto, ammettono le mancanze del passato, rendendosi conto di quanto fosse facile “hackerare” il meccanismo degli annunci a pagamento, nascondendo la provenienza e le finalità della propaganda. Per questo adesso vogliono sapere – e far sapere – con precisione chi ci sia dietro a ogni annuncio, che si tratti di singoli individui, rappresentanti di associazioni o partiti politici.

A nessuno sarà consentito di fare propaganda fuori dal proprio Paese: “Vogliamo proteggere l’integrità delle elezioni e ridurre al minimo le opportunità di commettere abusi” dice Richard Allan, vicepresidente della società californiana e responsabile della strategia politica globale. “Per questo abbiamo sviluppato una serie di strumenti e dedicato centinaia di persone a combattere il rischio di disinformazione e manipolazione”. Un sistema di algoritmi e attività di controllo umana passerà in rassegna i post che contengono parole chiave ritenute sensibili, in diverse lingue: non solo pubblicità elettorale esplicita quindi, ma anche tutti i post che trattano temi di discussione politica come l’immigrazione, le tasse, l’ambiente. Se gli autori di quei post, individuati attraverso le parole chiave, non compariranno nella lista degli autorizzati, verrà loro chiesto di iscriversi e fornire i dati necessari, altrimenti i contenuti verranno cancellati.

Facebook sostiene di voler evitare che nel meccanismo vengano coinvolti anche i media, nel caso decidessero di sponsorizzare alcuni contenuti che hanno come argomento le elezioni europee o temi correlati. Ma il sistema non è ancora perfezionato, quindi è possibile che almeno in una prima fase l’autorizzazione venga richiesta anche alle testate giornalistiche. D’altra parte, la piattaforma è stata creata per scongiurare la presenza di prestanome e soggetti di comodo: chiunque si iscrive dovrà lasciare elementi identificativi propri e dell’associazione che rappresenta, tutti archiviati in un database per la durata di sette anni. Secondo Allan, si tratta di deterrenti utili a dissuadere i malitenzionati.

Dunque, per arginare gli abusi si irrigidiscono le procedure e le regole, con risultati che possono sembrare paradossali: in una tornata elettorale europea, entra in vigore una sorta di involontario sovranismo della propaganda, per cui gli annunci potranno essere pubblicati solo nel proprio paese, anche se gli argomenti trattati sono trasversali. E così, Orban non potrà suggerire agli italiani di votare per la Lega, ma nemmeno Macron potrà sostenere il Pd.

La “Ad Library”  e la trasparenza

L’altra arma messa in campo è quella della trasparenza: “Vogliamo permettere a chiunque – dice Allan – l’accesso alle informazioni: chi paga, quanti soldi ha investito, a quali categorie di persone ha scelto di rivolgersi”. Per questo è stato creato un archivio delle inserzioni – chiamato “Ad Library” – accessibile a tutti gli utenti del social network: ogni post sponsorizzato avrà un link per accedere al database. Lì si troveranno le informazioni relative a chi ha commissionato l’inserzione, quanto budget è stato investito nel corso della campagna, con quale frequenza sono stati pubblicati i post, quali sono stati i “target” prescelti, cioè a quali categorie di utenti (sesso, età, luogo di residenza) si è deciso di far vedere ogni singolo post.

Per consentire ai media e agli osservatori di monitorare i fenomeni nel corso della campagna elettorale, Facebook metterà a disposizione anche le cosidette “api” (acronimo di application programming interface) dell’archivio, così da rendere possibile lo sviluppo di applicazioni o servizi per conoscere in tempo reale quanto spendono i diversi partiti o candidati. “Dare la massima trasparenza e visibilità – spiega Allan – significa responsabilizzare i soggetti che partecipano al dibattito”

Nel presentare l’iniziativa, Allan ammette che “questi cambiamenti non impediranno del tutto la possibilità di compiere abusi”. La struttura creata per le elezioni europee, che avrà anche una sorta di “centro di controllo” a Dublino, formato da esperti di vari settori, lavorerà a contatto con le istituzioni nazionali, demandando ai singoli stati il compito di far rispettare le leggi vigenti in materia di propaganda elettorale. E anche il procedimento di autorizzazione alla piattaforma non sarà del tutto neutro: se gruppi estremisti chiedessero l’accesso, l’iscrizione verrà rifiutata.

Facebook sa di avere molto da farsi perdonare, ma non può permettersi altri scandali e polemiche: le elezioni europee sono un banco di prova da non fallire.


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