Foto In ricordo di Sebastiano Tusa – 1 di 20



Una fine beffarda, crudele, per un grande studioso che, pure, la vita l’aveva già rischiata altre volte. Sebastiano Tusa, scomparso nell’incidente del boeing 737 Max della Ethiopian Airlines caduto lo scorso 10 marzo, non era un uomo imprudente ma faceva un mestiere che lo portava a fare immersioni rischiose, viaggiare in luoghi lontani e, spesso, con mezzi di fortuna.

Si può dire che Tusa, nella sua curiosità e fame di ricerca, come un uomo del Rinascimento, abbia vissuto molte vite, tutte indissolubilmente connesse: archeologo, paletnòlogo, naturalista, subacqueo, storico dell’arte, divulgatore, docente universitario, cacciatore di predoni del mare, Soprintendente del Mare e, infine, assessore ai Beni Culturali della sua Sicilia.

Nato a Palermo, ’emigrato’ a Roma, è poi tornato nell’isola dopo aver fatto in quarantacinque anni mezzo giro del mondo e aver conosciuto i più grandi ‘Indiana Jones’ dell’era moderna, autore in prima persona di importanti scoperte archeologiche e di decine di pubblicazioni scientifiche.

“Non ci crederai ma fino al secondo anno di Liceo ero sicuro che avrei studiato Scienze Naturali. La materia mi appassionava molto e poi di archeologi in famiglia ce n’era già uno, mio padre Vincenzo (Ndr fu Soprintendente ai Beni Culturali molto amato in Sicilia e docente di Antichità Puniche  all’Università di Palermo)”. Con questa piccola confessione iniziò, mesi fa, una chiacchierata a cuore aperto con Sebastiano, sempre disponibile e pronto al dialogo.

Dopo l’adolescenza, le frequentazioni politiche e l’atmosfera rovente della fine degli anni ‘60 gli instillarono un desiderio potente: andare in Cina. 
Si iscrisse alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma e fu proprio allora che cadde in lui ogni residua resistenza verso l’antico. Il fascino della vita da archeologo, a caccia di sconosciute civiltà, era travolgente. Presto o tardi avrebbe “affondato le mani nella terra”, proprio come suo padre prima di lui.

Nel 1972 fu selezionato per andare a scavare in Pakistan, sulla sponda destra del fiume Swat, dove sorgeva una città dell’Età del Ferro (1100-1000 anni prima di Cristo) di nome Aligrama. Luogo conquistato da Alessandro Magno durante l’inarrestabile marcia nella valle dell’Indo. Laggiù Tusa conobbe Giuseppe Tucci, un monumento vivente. Esploratore, esperto di Tibet, fondatore dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, Tucci viaggiava di continuo tra Pakistan, Iran e Afghanistan, sempre assetato di conoscenza, nonostante l’età avanzata.

I due vissero gomito a gomito per settimane, compiendo esplorazioni in posti impervi. Si spinsero fino al confine con la Cina, in valli circondate da montagne di ottomila metri. E proprio in una di queste sortite rischiarono di morire. “Mentre viaggiavamo sulla Karakorum Highway, a bordo di una land rover, si scatenò un terremoto fortissimo, tanto che mezza montagna sopra di noi si sbriciolò andando a cadere nel sottostante fiume Indo. La macchina si fermò a pochissimi centimetri dal baratro”. Il ricordo di quell’episodio non lo aveva mai abbandonato.

Ma l’archeologo siciliano non si fece certo intimidire dalla disavventura. Continuò a lavorare in Oriente, in Iran, Turchia, Iraq, anche se il richiamo del Mediterraneo cominciava a farsi sentire.

Rientrato in Italia scavò la Grotta dell’Uzzo in Sicilia, un luogo in cui è ben visibile la transizione della civiltà umana dal Paleolitico superiore al Neolitico. E poi l’isolotto di Vivara a Procida, in Campania, nel cui mare individuò giacimenti di ceramica micenea.

Già, perché Tusa è stato anche un grande archeologo subacqueo. Aveva iniziato nel 1971, partecipando come volontario allo scavo della nave punica di Mozia, davanti alle coste trapanesi. E nel 2010 finì addirittura in Giappone, per dare la caccia ai relitti della perduta Flotta di Kubilai Khan, con la missione italiana guidata dal suo collega Daniele Petrella.

Nel 1980 diventò ispettore archeologo al Museo preistorico Pigorini di Roma e iniziò a fare alcune docenze alla Sapienza. La cattedra, però, gli stava stretta, voleva lavorare sul campo e, per farlo al meglio, entrare nel processo decisionale.

Vinse il concorso ministeriale e diventò Soprintendente, prima a Palermo e successivamente a Trapani.  Poi, a fine anni ’90, cominciò un lento lavoro diplomatico che avrebbe portato alla nascita della Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia, nel 2004.

La subacquea era sempre stata considerata un’attività marginale nella Soprintendenza palermitana. Ma quando venne recuperato il Satiro Danzante a Mazara del Vallo (tra il ’97 e il ’98) e iniziarono ad arrivare notizie di ripetute scorribande nel Mediterraneo di Bob Ballard e dei suoi ‘cercatori di tesori’, a Palermo drizzarono le antenne.
E allora, proprio come in una puntata di Montalbano, il “Dottore Tusa” (ovunque lo chiamavano così) andò nei più sperduti uffici della Regione a reclutare dipendenti-sub da portare nel gruppo. I predoni avevano i giorni contati.

Grazie alla bravura del suo team e all’innegabile talento per le trattative, arrivarono sponsor stranieri (soprattutto americani) e il nuovo Soprintendente del mare iniziò a raccogliere i frutti del suo investimento. La scoperta più clamorosa avvenne nel 2006.

A largo dell’isola di Levanzo, nelle Egadi, giacevano sul fondale i rostri (grossi speroni in bronzo che, montati sulla chiglia delle imbarcazioni, servivano a sfondare le chiglie nemiche) utilizzati da Romani e Cartaginesi nel corso della I guerra punica (264 – 241 a.C.). Quella di Levanzo fu una battaglia navale epica ma nessuno, prima del prezioso ritrovamento, era in grado di dire dove fosse stata combattuta esattamente.

Durante la sua carriera Sebastiano Tusa conobbe personaggi di ogni risma, anche dittatori. Uno di questi fu Saddam Hussein.

“Nel 1977- raccontava – mi trovavo in Iraq, nella valle del Dyiala, al confine con il Kurdistan e l’Iran. Dovevo scavare in fretta una grande collina artificiale chiamata Tell Abu Husaini perché tutta la valle sarebbe stata presto inondata a causa della diga di Hamrin, fatta costruire dal Raìs – ricordava l’archeologo -. Ma prima di ciò la State Organization of Antiquities and Heritage of Iraq ci permise di sbancare la terra e portar via tutto quel che potevamo”.

L’altra figura affiorata dal passato di Tusa era quella di Gheddafi, il grande oppressore del popolo libico che “per molti incarnava il “male” ma non per gli archeologi”. Fin quando è stato al potere non una sola pietra è stata spostata. Con la guerra, purtroppo, sono arrivate le devastazioni, gli scavi di frodo, i furti, in particolare nella zona di Cirene.

Lo studioso palermitano aveva una missione a Ras Etteen, località costiera tra Derna e Tobruk, dove c’è una città romana scivolata in mare a causa del bradisismo. Ci lavorò dal 2005 al 2011, confidando di poter recuperare più edifici possibile ma fece appena in tempo a disseppellire un palazzo in cui si lavorava la porpora. Arrivarono le bombe, gli scontri, l’odio contro gli stranieri.

Non sarebbe più riuscito ad entrare in Libia, se non un paio di volte, con il divieto di fare alcunché e l’obbligo di rimanere in città, a disposizione delle autorità. Terribile condanna, per un archeologo abituato “all’azione” e al “risolvere” e che allo studio delle civiltà del Mediterraneo ha dedicato la vita. 

La scomparsa di Sebastiano Tusa lascia un vuoto umano e culturale incolmabile, ma come ha ricordato Lucio d’Alessandro, Rettore dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli (dove Tusa insegnava) e vicepresidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, dedicandogli il nuovo Museo Civico di Procida: “Ci sono uomini che non muoiono mai. Perché resta nella storia a disposizione del futuro il lascito delle loro azioni, dei loro studi, delle loro ricerche”. 


Nella foto di questa pagina: Anno 2015, Marzamemi, Sicilia, Sebastiano Tusa prende parte al test di un sistema innovativo per la comunicazione subacquea senza cavi (Internet of Underwater Things) messo a punto da Università La Sapienza di Roma e dalla sua spinoff Wsense


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