Foto Le “Grotte di Dio” e i canyon della civiltà rupestre pugliese – 1 di 18



Tra le Murge e il Mar Ionio, in Puglia e Basilicata, giace un intricato sistema fluviale fossile che dal Pleistocene a oggi ha scavato canyon spettacolari, stretti, profondi sino a 200 metri e dalle pareti a picco, chiamati gravine. L’importanza di queste forre non è solo naturalistica, ma anche archeologica: le numerose grotte che si aprono lungo i fianchi delle gravine hanno consentito la nascita di quella che viene chiamata la “civiltà rupestre”, insediamenti medievali che hanno sfruttato le grotte naturali come abitazioni, luoghi di culto, depositi, stalle e soprattutto rifugi.

La maggior parte delle gravine si estende nella provincia di Taranto, dove se ne contano oltre 60, ma sono presenti anche nelle confinanti province di Brindisi, Bari e Matera. La stessa città di Matera sorge sulle pendici della gravina scavata dal torrente Gravina, un nome che ribadisce il concetto. La formazione dei canyon e di strutture minori chiamate lame è stata resa possibile dalla particolare natura geologica del territorio.

A nord l’altopiano delle Murge è costituito da un antico pavimento marino risalente al Giurassico, formatosi dall’accumularsi di innumerevoli organismi dotati di conchiglie di carbonato di calcio. Dopo l’emersione del fondale a causa di movimenti tettonici, nel terziario si accumularono sedimenti alluvionali, a cui si aggiunsero ancora altri resti di organismi marini nei periodi in cui la zona era sommersa. Il risultato è che dalle Murge allo Ionio oggi sorge una pianura formata da una roccia friabile chiamata calcarenite o tufo.

I fiumi che scorrevano dalle Murge verso il mare, alimentati in passato soprattutto dallo scioglimento dei ghiacci quando il clima era più rigido, hanno scavato questi solchi profondi nella calcarenite. Il clima però è cambiato e oggi i fiumi sono diventati torrenti irregolari, o sono del tutto scomparsi, riempiendosi solo in corrispondenza di piogge molto intense, che possono dare luogo a fenomeni spettacolari come la cascata della gravina di Riggio, un salto profondo che non ci si aspetterebbe in una terra arida come la Puglia.

A differenza di canyon più famosi come quelli americani, in Puglia l’erosione dell’acqua non ha solo scavato le gravine, ma ha anche aperto numerose grotte nella calcarenite. Questi anfratti naturali costellano tutte le gravine e possono essere anche piuttosto profondi. Al loro interno è facilissimo scorgere i resti fossili delle conchiglie che hanno formato questa terra creata dal mare.

Inerpicarsi lungo le pareti scoscese non è semplicissimo, e per questo motivo lame e gravine hanno offerto rifugio e protezione all’uomo sin dall’antichità. “I primissimi ritrovamenti”, spiega Carmela D’Auria, Archeologa e direttore tecnico dell’Infopoint di Mottola, “risalgono al Paleolitico medio (riparo Manisi di Palagianello ed Oscurisciuto di Ginosa), mentre nella grotta del Ciclope (gravina della Madonna della Scala a Massafra) si segnala il ritrovamento di lame di selce e di frammenti di ceramica dipinta a bande rosse databili al Neolitico tra la fine del V e la prima metà del IV millennio a.C. Numerosi altri ritrovamenti Neolitici si segnalano sugli spalti delle gravine: sul versante Nord della gravina di Castellaneta ad esempio ho identificato una vasta area di frammenti di ceramica impressa e lame in selce”.

L’occupazione delle lame e delle gravine sembra essere stata pressoché ininterrotta nel tempo e aver offerto la possibilità a varie civilizzazioni di insediarsi e prosperare, grazie anche al contributo di quelli che erano “i migranti” dell’epoca. “Tra la fine del terzo e gli inizi del secondo millennio a.C.”, spiega ancora Carmela D’Auria, “comunità di cacciatori seminomadi di provenienza egeo-anatolica emigrano in Italia dando origine alla cosiddetta civiltà eneolitica di Laterza, che conta anche numerose testimonianze a Massafra, Mottola e Grottaglie. Nella terra delle gravine però le ricerche archeologiche sono state veramente poche, quindi in molti casi i dati sono parziali”.

Questi cacciatori potevano giovarsi, oltre che dei rifugi rupestri, anche di immensi boschi che si estendevano ininterrotti in tutta la pianura tarantina a nord sino alla Murgia, dove i querceti cedevano il passo alla macchia mediterranea. La biodiversità di questi boschi era enorme, perché includeva fauna e flora dell’europa occidentale, fauna e flora endemiche e anche relitti glaciali per lo più di proveneinza balcanica “intrappolati” quando il livello del mare era risalito dopo il Pleistocene, come il geco di Kotschyi o il fragno (Quercus trojana), ancora presenti.

Questi boschi e la loro variegata biodiversità hanno resistito a lungo, ma purtroppo oggi ne restano solo frammenti tra Gioia del Colle e Mottola. Le gravine furono abbandonate in età classico-ellenistica perché l’influenza greca aveva introdotto nuove metodologie costruttive, ma il rapporto profondo tra le gravine e l’uomo non si è mai completamente interrotto, ed è tornato a fiorire con la crisi dell’impero romano, molto probabilmente a partire dal VI-VII secolo d.C.. “Con tutti gli attacchi che venivano dal mare, le gravine erano posti sicuri in cui abitare”, commenta D’Auria. Le città e i borghi del tarantino infatti sono stati più volte rasi al suolo nel Medioevo dai vari dominatori che si sono succeduti (bizantini, longobardi, arabi, ancora bizantini, normanni, svevi, angioini e aragonesi), ma alcune gravine come l’imprendibile Gravina di Petruscio a Mottola, dalle case-grotta disposte su più livelli come se fossero condomini, hanno sempre resistito.

Il fenomeno dell’occupazione antropica delle gravine diventa “esplosivo” a partire dalla fine dell’anno mille con la dominazione normanna, grazie agli incentivi e gli sgravi fiscali a favore dell’agricoltura: i normanni affidarono ai Benedettini il compito di far tornare produttiva l’Italia meridionale e fecero una serie di donazioni alle abbazie le quali, di conseguenza, fondarono piccoli monasteri sparsi per le campagne.

I monasteri incentivarono la coltivazione della vite, dell’olivo e del mandorlo e diventarono poli attrattivi per la popolazione rurale, che tornò a vivere nelle lame e nelle gravine, scavando case-grotta e adattando gli anfratti naturali alle proprie esigenze. Si tratta di contadini e allevatori, che ancora una volta trovano comodo vivere nelle lame o nelle gravine perché c’era l’acqua e perché scavare una casa-grotta nella friabile calcarenite era comunque più semplice ed economico che costruirla. Inoltre le grotte tendono a mantenere costante la temperatura, per cui sono fresche durante le torride estati pugliesi e calde in inverno.

“Le comunità si dotarono dei propri centri religiosi, le chiese rupestri”, spiega ancora D’Auria a National Geographic Italia, “e chiamarono ad abbellirle, pagandoli, artisti che all’epoca giravano per il Mediterraneo. Questi artisti erano sia di cultura orientale che occidentale, infatti si riconoscono varie mani e varie lingue. Nessuno di loro si firma perché la loro mano era mossa direttamente da Dio come per gli artisti delle icone lignee, solo in alcuni casi troviamo il nome del committente”.

Alcune di queste chiese rupestri sono giunte sino ai giorni nostri con i loro dipinti medievali in ottimo stato di conservazione. Altre sono ipogee e disperse nelle campagne, o sono diventate parte integrante di altri edifici, molte sono perdute per sempre. “La definizione di un numero esatto è tutt’ora difficile da fornire”, spiega l’archeologa Francesca Sogliani, che insegna Archeologia cristiana e medievale all’Università degli Studi della Basilicata. Sono in fase di realizzazione diversi censimenti e repertori per singole aree territoriali della Puglia così come per la Basilicata. Il dato che al momento è possibile fornire per Matera e per il territorio dell’antistante gravina, per esempio, registra poco meno di duecento chiese”.

L’archeologa sottolinea inoltre che l’Università della Basilicata ha condotto studi, negli ultimi decenni “che hanno posto l’accento sulla fisionomia complessa, insieme abitativa, produttiva e religiosa, dei ‘sistemi insediativi’ rupestri, con nuove prospettive di ricerca sia per quanto riguarda l’approccio archeologico sia per l’applicazione di metodologie innovative di documentazione e datazione e che aprono nuove frontiere per l’interpretazione del fenomeno rupestre”.

Una delle chiese rupestri lasciate più intatte dal tempo, e forse una di quelle con le decorazioni di fattura più ricercata, è la chiesa di San Nicola, in una lama non distante dalla gravina Petruscio, presso Mottola. Le sue decorazioni, che coprono quattro secoli di arte sacra popolare a partire dall’anno mille, sono così vivide ed estese da essere stata definita “la cappella Sistina della civiltà rupestre”. Per secoli questa cripta scavata a mano nella parete della lama è stata oggetto di devozione non solo locale, ma anche dei Crociati e dei pellegrini che si recavano in Terra Santa.

Da una quindicina di anni circa e stata riconsacrata per il rito greco-ortodosso, come probabilmente avveniva ai tempi della sua costruzione, e riscoperta dai pellegrini, soprattutto russi, mentre è ancora quasi sconosciuta al pubblico italiano. Il percorso verso la cripta è anche un giardino botanico “allo stato selvatico” delle specie officinali mediterranee, dove si possono rinvenire essenze come timo, santoreggia, iperico, elicriso, cappero, asparagi, orchidee, terebinto e anche il lentisco, i cui frutti venivano usati per ricavare olio da lampada nel Medioevo, quando la produzione di olio in Puglia era ancora marginale e non intensiva come oggi. Una flora quasi dimenticata, e che oggi si sta riappropriando di molte gravine.

Non è necessario tuttavia perdersi nelle campagne per visitare le gravine: borghi come Massafra, Laterza, Palagianello o Castellaneta sorgono a ridosso dei rispettivi canyon. La città di Massafra, in particolare, è tagliata in due dalla gravina di San Marco, ma il villaggio rupestre che vi sorgeva fu abbandonato nel XVII secolo, e si è quindi conservato esattamente come era quattro secoli fa. “Al contrario di Matera”, spiega Giovanna Scurti, la guida assegnataci e che ha mostrato a National Geographic le abitazioni e le cripte rupestri di Massafra, “che nei secoli successivi ha continuato a essere rimodellata in chiave “moderna”, i due villaggi rupestri delle due gravine di Massafra sono come “congelati”, essendo stati abbandonati in un tempo breve e mai ulteriormente rimodellati”.

Le case-grotta più antiche avevano pianta irregolare, con pareti semisferiche, volte alte e la separazione degli ambienti meno definita, mentre in quelle più recenti l’ingresso era piccolo e modellato, la pianta regolare, con spazi riservati alla cucina-focolare, alle alcove e agli animali, per i quali c’era sempre posto in casa con la famiglia, sia per proteggerli, sia per stare tutti un po’ più caldi in inverno. In tutte le case in genere l’unica presa di aria e di luce era la porta di ingresso. Sul fondo vi erano di solito due nicchie divise da un tramezzo – in una riposavano i genitori, nell’altra gli altri membri della famiglia. Nell’ambiente comune antistante c’era il focolare, i rari mobili e lo spazio per l’asino, il maiale o la giumenta. I vari effetti personali venivano riposti entro nicchie scavate nella roccia, o appesi al soffitto o alle pareti tramite ganci e pioli. Al soffitto venivano anche fissati con ganci e corde i generi alimentari e le culle dei neonati, mentre buche nel pavimento accoglievano frumento e legumi. Vista l’aridità della regione un sofisticato sistema di canali convogliava l’acqua piovana dentro cisterne a campana piuttosto profonde, poste all’esterno delle abitazioni, dove si trovavano anche pozzetti per lo smaltimento dei rifiuti.

Alcune chiese rupestri medievali sono state inglobate all’interno di edifici successivi, come la cripta di Sant’Antonio Abate a Massafra del X-XI secolo, scoperta sotto l’antico ospedale della città e considerata “una galleria d’arte altomedievale” a causa delle molte pitture rupestri che ricoprono quelle che un tempo erano due chiese separate, una di rito latino, l’altra ortodosso. O anche la cripta ipogea di San Basilio, al di sotto di un antico edificio gentilizio seicentesco, il Casino del Duca, a 8 chilometri da Mottola.

Ma la civiltà rupestre ci ha anche lasciato altri segni del suo passaggio. Vere e proprie necropoli medievali sorgono qua e là, soprattutto quella di Casalrotto, una delle poche rimaste intatte e non depredate nel tempo, e vi sono sepolture anche nelle tante cripte rupestri o ipogee. Inoltre, nei fianchi delle gravine, come per esempio nel villaggio rupestre di Triglie, si notano delle fessure rettangolari scavate nella roccia. Queste strutture servivano a ospitare, nel Medioevo, le arnie che fornivano miele e cera per le candele, e che cessarono di funzionare quando nell’alto Medioevo si passò da una agricoltura medio-piccola di stampo benedettino al latifondo, ponendo in molti casi fine a questa insolita civiltà rupestre,  purtroppo ancora poco studiata e poco conosciuta.

Nella foto: Le case-grotta della gravina di Petruscio, come quelle delle altre gravine della Puglia e della Basilicata, rappresentavano un modello abitativo “alternativo” alla casa costruita in legno o pietra, e consentivano la vicinanza ai campi coltivati e ai pascoli. Le grotte naturali venivano espanse e modellate in base alle necessità scavando nella fragile calcarenite

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