Foto Sudan, la piramide (forse) inviolata dei faraoni nubiani – 1 di 12



Vista della necropoli reale di Nuri con la piramide di Siaspiqa (487-468 a.C.) al centro. Fotografia di Pearce Paul Creasman, Nuri Pyramid Expedition 

Da qualche parte sotto una pozza di acqua marrone delle dimensioni di una piscina per bambini, c’è l’ingresso della sepoltura, antica di 2300 anni, di un faraone chiamato Nastasen. Se allungo il collo abbastanza indietro, riesco a distinguere il fianco orientale della sua piramide che si eleva per quasi tre piani sopra di me.

È una mattinata soffocante nel deserto del nord del Sudan, la terra della Nubia ai tempi dei faraoni. Le gocce di sudore dalla maschera da sub mi colano sul collo mentre scendo verso una stretta scalinata scavata nella roccia. Torce elettriche impermeabili penzolano dai polsi e ho a tracolla una cintura da 9 kg in stile commando. Una bombola d’emergenza d’aria, non più grande di una bomboletta di lacca per capelli, è fissata scomodamente alla parte bassa della mia schiena.

In fondo alle scale, Pearce Paul Creasman, archeologo sovvenzionato da National Geographic, è in piedi nell’acqua fangosa. “Oggi è veramente profondo”, dice. “Non ci sarà nessuna bolla d’aria nella prima camera”. Io e Creasman abbiamo entrambi esperienza in archeologia subacquea così, quando ho saputo che aveva avuto un finanziamento per esplorare tombe sommerse, gli ho telefonato per chiedergli di aggiungermi al progetto.

Solo poche settimane prima che arrivassi, era entrato per la prima volta nella tomba di Nastasen, nuotando attraverso la prima, la seconda, la terza e ultima stanza, dove, sotto diversi metri d’acqua, aveva intravisto un sarcofago reale. La bara di pietra sembrava chiusa e inviolata. 

Ora Creasman scompare nell’acqua e riemerge con la grata in acciaio usata per sigillare la tomba che non è più grande di un televisore. “Il tunnel è largo così”, dice. “Sarà l’unico spazio che avrai a disposizione per entrare e uscire dalla tomba”. Le normali bombole da sub montate sulla schiena sono troppo ingombranti per questa operazione, così utilizziamo tubi da 45 metri che ci forniranno ossigeno grazie a una rumorosa pompa a benzina. “Andrò prima io e tirerò il mio tubo”, dice Creasman.
“Se non ti vedo tra cinque minuti, verrò a cercarti.”

Annuisco e mi giro a guardare l’antica scalinata, dove Fakhri Hassan Abdallah, un ispettore della Corporazione Nazionale per le Antichità e i Musei sudanesi, si staglia contro il sole che sta sorgendo e mi mostra il pollice in alto sorridendo. Prendo il boccaglio: è ora di andare a fare immersione sotto le piramidi.

Le piramidi di Nuri
La tomba di Nastasen si trova nell’antico sito di Nuri, che si estende su quasi 70 ettari di sabbia vicino la riva orientale del fiume Nilo, nel nord del Sudan. Visto dal cielo, la sua caratteristica più riconoscibile è un arco di circa 20 piramidi costruite tra il 650 e il 300 a.C. che sembrano legate insieme come gemme di una collana. Queste piramidi segnano le sepolture dei re kushiti, i “faraoni neri” che operavano come vassalli nei ricchi confini meridionali dell’impero egiziano, ma che emersero autonomamente durante il caos politico che seguì la fine del Nuovo Regno. Dal 760 al 650 a.C. circa, infatti, cinque faraoni kushiti governarono tutto l’Egitto, dalla Nubia al Mar Mediterraneo, portando avanti ambiziose attività edilizie su e giù per il Nilo e rianimando le antiche pratiche religiose, compresa la costruzione di piramidi.

La piramide più grande e antica di Nuri appartiene al faraone Taharqa, re kushita che nel VII secolo a.C. radunò le sue truppe verso i confini settentrionali dell’Egitto per difendere Gerusalemme dagli Assiri, guadagnandosi così perfino una menzione nell’Antico Testamento. La sua tomba fu scavata per la prima volta da George Reisner, egittologo di Harvard che visitò Nuri un secolo fa.

Il team di Reisner mappò anche gli altri monumenti funerari di Nuri, più di 80 sepolture reali kushite, circa un quarto delle quali sono sormontate da piramidi di arenaria. Le sue note sul campo mostrano che molte delle tombe che incontrava erano già inondate da acqua sotterranea che filtrava dal vicino Nilo, rendendo lo scavo sporco, pericoloso o addirittura impossibile. Reisner non ha mai pubblicato i risultati del suo lavoro (solo una piccola parte è stata raccolta da un collega in un report nel 1955) e per quasi un secolo il sito di Nuri è stata ignorato. L’archeologo di Harvard aveva ingiustamente liquidato i re kushiti come razzialmente inferiori e le loro opere solo come eredità delle antiche tradizioni egiziane. In più, nel 1922, la scoperta della tomba di Tutankhamon spostò l’attenzione del pubblico sulla Valle dei Re, circa 800 chilometri più a nord.

Nei decenni successivi, Nuri è sempre sembrato un sito troppo grande e ostico da affrontare. Molte delle sue tombe erano probabilmente sott’acqua e nessuno aveva mai tentato con l’archeologia subacquea in Sudan. Inoltre, il nord del Sudan, l’antica Nubia, aveva molti altri siti interessanti che potevano tenere occupati gli archeologi negli anni a venire.

Tombe sommerse
Pearce Paul Creasman ha visitato per la prima volta Nuri nel 2018. Insolito ibrido di egittologo e archeologo subacqueo (oltre a professore associato di Dendrocronologia all’Università dell’Arizona), Creasman ha colto la rara opportunità di esplorare le tombe sommerse che Reisner non fu in grado di indagare un secolo fa.
Cofinanziato dal fondo della National Geographic Society, Creasman si è concentrato sulla piramide di Nastasen, un faraone minore che governò Kush dal 335 al 315 a.C..

Poiché è stato l’ultimo re sepolto a Nuri, la sua piramide fu costruita sulla peggiore e più bassa area della necropoli reale. Così, se i rapporti di Reisner sulle tombe allagate fossero stati veri, ragiona Creasman, l’esplorazione dell’ultimo luogo di riposo del faraone Nastasen sarebbe stata il modo migliore per valutare l’attuale stato generale di tutti gli altri monumenti. Secondo gli appunti di Reisner, la sua squadra localizzò e scavò le scale che conducono alle camere sotto la piramide di Nastasen.

Uno degli operai di Reisner entrò nella tomba e, probabilmente innervosito dall’acqua alta fino alle ginocchia, si diresse frettolosamente verso la terza e ultima stanza. Lì scavò una piccola fossa in un angolo e raccolse una manciata di ushabti, piccole statuette funerarie incaricate di sostituire il defunto nei lavori da fare nell’aldilà.

La missione lasciò Nuri e nel corso dei decenni la tomba di Nastasen e le scale che portavano ad essa furono nuovamente sepolte dalle sabbie del deserto. La squadra di Creasman ha trascorso la stagione 2018 e parte di quella 2019 scavando proprio le scale. Ha raggiunto l’apertura della tomba a gennaio e ha scoperto che l’ingresso era ora completamente sott’acqua, molto probabilmente a causa dell’innalzamento del livello dell’acqua freatica per via dei cambiamenti climatici naturali e causati dall’uomo, come l’agricoltura intensiva nei pressi del sito e la costruzione delle moderne dighe lungo il Nilo.

Indizi stimolanti
Quando sono arrivata a Nuri, Creasman aveva già rinforzato la stretta apertura della tomba con uno scivolo d’acciaio per impedire che un crollo di roccia intrappolasse i sub nelle camere sotto la piramide. Così mi trascino attraverso lo scivolo nella prima camera dove, come mi aveva avvertito Creasman, l’acqua raggiunge il soffitto.

Ogni movimento alza una nuvola di sedimenti ultra-fini che rende quasi impossibile vedere cosa c’è di fronte a me. Percepisco che la camera ha le dimensioni di un autobus. Nella seconda stanza, invece, il soffitto è crollato, creando spazio per una grande tasca d’aria. Qui trovo Creasman che solleva sacchi di attrezzi su un cumulo di macerie asciutte e che poggia torce su taniche di plastica che galleggiano dolcemente sull’acqua e illuminano l’oscurità. Lattine vuote di Red Bull servono come galleggianti per una linea di sicurezza che va dal retro della tomba all’ingresso. Nuotando attraverso una porta bassa, entriamo nella terza camera. Il sarcofago di pietra è scarsamente visibile sotto di noi, ma individuiamo la fossa scavata frettolosamente dal nervoso operaio di Reisner un secolo fa.

In questa prima fase del progetto, gli obiettivi di Creasman sono di dimostrare la sicurezza del sistema di approvvigionamento dell’aria, prendere misure di base e scavare accuratamente nella “fossa di Reisner” per vedere cosa è stato trascurato. Per sbirciare nella bara di pietra, invece, bisognerà aspettare il prossimo anno. Ma ci sono indizi interessanti che ci fanno pensare che la falda acquifera potrebbe aver impedito ai ladri di saccheggiare la tomba di Nastasen.

Dopo aver riempito i secchi di plastica con i sedimenti di Reisner, averli portati nella seconda camera, scaricato e setacciato il contenuto, abbiamo scoperto sottili fogli d’oro puro che probabilmente coprivano preziose figurine ormai dissolte nell’acqua. Quelle figurine dorate sarebbero state facili prede per i saccheggiatori, ma i loro resti sono un segno sicuro che la tomba di Nastasen è sostanzialmente intatta.

Durante la nostra ultima immersione, abbiamo nuotato silenziosamente nell’acqua nella camera posteriore della tomba, librandoci sopra quello che potrebbe essere il sarcofago non violato di Nastasen.

Parliamo dell’obiettivo della squadra per il 2020: scavare le camere sepolcrali reali sommerse del faraone di 2.300 anni. È un obiettivo audace e una grande sfida logistica, ma Creasman è ottimista. “Penso che finalmente abbiamo la tecnologia per poter raccontare la storia di Nuri, per riempire gli spazi vuoti di quello che è successo qui”, dice. “È un notevole passo avanti nel ricostruire una storia di cui si conosce ancora poco. Una storia che merita di essere raccontata”.