I geni italiani dell’informatica premiati da Facebook


FACEBOOK, il colosso dei social network, indice un concorso internazionale per ingegneri del software, scienziati che studiano come progettare nel migliore dei modi i programmi che fanno funzionare computer e smartphone. Partecipano in centinaia e, dopo una accurata selezione, l’azienda di Mark Zuckerberg annuncia i vincitori: tra i 23 premiati ben dieci sono italiani. Un dato impressionante e non casuale, perché, nonostante tutti i problemi che ne affliggono il sistema formativo, il nostro Paese, oltre alle eccellenze note (in fisica, astronomia, matematica, ecc.,) da qualche anno può vantare anche un primato nella scienza dei computer. Con alcuni istituti e poli universitari che formano (e il riconoscimento di Facebook è lì a dimostrarlo) informatici capaci di competere e vincere a livello internazionale: il Cnr, il Politecnico di Milano, l’Università di Salerno, il Gran Sasso Science Institute dell’Aquila. Come spesso accade in questi casi, alcuni dei premiati (la cerimonia si terrà a Londra il 20 e il 21 novembre) lavorano all’estero, altri stanno per fare le valige. Ci siamo fatti raccontare le loro storie e il loro lavoro.


I geni italiani dell'informatica premiati da Facebook

Alessandra Gorla

Poteva essere un campione di motociclismo e invece è diventato professore di informatica al Georgia Institute of Technology di Atlanta. Alessandro Orso, 50 anni, originario di Vimercate, dal 2000 vive e fa ricerca negli Usa. Con molto humor ne attribuisce il merito (o la colpa) alla mamma: “Avevo 15 anni ed ero in procinto di comprare il fatidico motorino”, racconta. “Mia madre, che lavorava in una ditta di semiconduttori ed era terrorizzata all’idea di possibili incidenti, mi propose di acquistare invece un computer. Avevo una vaga idea di cosa fosse un computer, e una chiara idea di cosa fosse un motorino e di quanto lo volessi, ma per qualche motivo che stento a ricordare accettai lo scambio. Quella scelta è stata determinante nel decidere il mio futuro di informatico invece che di centauro”.

Il calcolatore in questione era un Commodore 64, “fantastico computer per l’epoca, al quale penso ancora con nostalgia”. Da lì la scoperta del software: “Quesi computer si usavano soprattutto per giocare, ma io mi sono appassionato subito alla programmazione, cominciando ad analizzare il codice dei videogame per poi modificarlo. La mia grande passione era dare vite infinite ai giocatori e renderli ‘immortali'”.Dalla cameretta al Politecnico di Milano il passo è stato breve.

Oggi sviluppa tecniche che permettono di migliorare la qualità del software, in modo che sia più affidabile e sicuro. Alcune cercano di prevenire l’introduzione di difetti nel software, altre di identificarli e rimuoverli, se presenti. Il riconoscimento di Facebook è per un progetto di ricerca che il professor Orso ha proposto insieme a due collaboratori che sono entrambi, come me, ricercatori italiani all’estero. Lo scopo è trovare ed eliminare difetti nelle app, che sono oramai tra i software più usati.

“Spesso è difficile trovare questi difetti”, spiega Orso, “perché le app vengono testate in un ambiente che può essere molto diverso da quello in cui vengono utilizzate dagli utenti finali. Per aggirare questo problema, il nostro progetto propone di imparare come funziona questo ambiente esterno e quindi di simularlo in maniera intelligente”. Soprattutto nell’ambiente accademico americano le grandi aziende del digitale sono sirene che attraggono con il loro canto schiere di ricercatori. “Negli ultimi anni abbiamo assistito a una grande migrazione verso le Big Tech, soprattutto in certe aree come machine learning/intelligenza artificiale, sicurezza, e ingegneria del software. L’università resta però, almeno per ora, il luogo principe dove fare ricerca, i ricercatori universitari possono permettersi di pensare più a lungo termine e non devono necessariamente creare tecniche che siano immediatamente applicabili a un prodotto”.

E’ convinto che esista una scuola italiana di informatica: “Il nostro Paese sforna un grande numero di talenti e il fatto che ci siano così tanti ricercatori italiani all’estero, in posizioni di rilievo sia nell’università che nell’industria informatica, ne è una chiara indicazione”. E il resto della popolazione? “Sono all’estero da troppo tempo per poter giudicare”, risponde. “Ma credo che l’abilità di usare nuove tecnologie e il pensiero computazionale saranno sempre più necessari alle nuove generazioni. Questi concetti andrebbero insegnati presto e nel modo giusto, ovvero cercando di non identificare necessariamente informatica e programmazione, e insegnando a bambini e ragazzi a pensare in maniera logico-matematica e a usare questo approccio per risolvere problemi in modo creativo e sistematico”.

Un insegnamento senza distinzioni di genere. “Questa è una nota dolente nel campo dell’informatica a livello mondiale, anche se si è fatto qualche progresso grazie a varie campagne di sensibilizzazione, ma la strada è ancora lunga. Una cosa che si può sicuramente fare è adoperarsi per creare una forza lavoro informatica che coinvolga minoranze e gruppi attualmente poco rappresentati. La National Science Foundation, per esempio, richiede che ogni proposta di ricerca contenga un piano per coinvolgere tali gruppi e minoranze”.


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Pasquale Salza

“Ho iniziato con i videogiochi. E poi ho voluto capire cosa c’era dietro”

Pasquale Salza mescola Alan Turing e Charles Darwin. “E’ vero, durante il dottorato mi sono occupato di portare sul cloud gli algoritmi genetici: una tecnica per risolvere problemi molto complessi, per i quali i computer ci metterebbero un tempo pari all’età dell’universo. Gli algoritmi genetici traggono ispirazione dall’evoluzione naturale: riproduzione degli individui, incroci genetici e selezione, con sopravvivenza del più forte. Nel caso dei problemi da risolvere, gli individui sono le soluzioni, che si evolvono nel tempo, incrociandosi tra di loro fino a diventare sempre migliori. Ora con il cloud computing tante macchine possono dividersi i compiti richiesti dagli algoritmi genetici, riducendo ulteriormente il tempo”.

Originario di Ariano Irpino, Salza ha 31 anni e oggi è ricercatore all’Università di Zurigo, dopo una laurea a Salerno e periodi di formazione a Dublino, Lugano e al Mit di Boston. Tutto però è iniziato per gioco, anzi per videogioco. “Sono tuttora appassionato di videogame”, racconta, “ma è stato questo interesse a farmi avvicinare da ragazzino ai computer e alla programmazione: sono sempre stato molto curioso, non mi bastava più soltanto guardare il pc passivamente, volevo capire come le cose erano state fatte, cosa c’era dietro”.

Il primo calcolatore su cui mette le mani è quello del padre: “Ne ho un vago ricordo, come sistema operativo aveva l’MS DOS e dovevo accedere attraverso la linea di comando per lanciare i giochi. Il primo pc davvero mio è arrivato quando avevo 7-8 anni, un normale desktop con processore a singolo core, dove girava Windows 95”. E il primo software? “A 11 anni ho creato un sito web. Mi affascinavano le GIF animate, quindi decisi di creare un catalogo online dove fosse possibile scaricarle”. Si gode il premio di Facebook, ma ha un’idea precisa sulla ricerca pubblica e privata.

“C’è una differenza sostanziale tra la ricerca fatta per soldi e quella puramente scientifica. Raramente queste due cose coincidono nel caso delle Big Tech. Però, aziende come Facebook, o Microsoft si stanno mettendo in gioco molto più seriamente che nel passato. Anche in modo astuto: grazie alla loro capacità di attrazione pescano talenti dal mondo accademico. Esemplare è il caso del Professor Mark Harman, prima professore a tempo pieno presso l’University College London, adesso research scientist a Facebook Research London.

A chi paragona il coding a una nuova lingua che i nostri figli dovrebbero studiare fin dalle elementari come fosse l’inglese obietta: “Forse bisognerebbe prima migliorare il nostro livello nelle lingue straniere. Ho molti colleghi da tutta Europa e parlano un inglese nettamente superiore a quello della maggior parte di noi italiani. Tuttavia i maestri e le maestre di oggi sono molto più al passo coi tempi, sanno cosa è il coding e ne sono affascinati. La risposta degli studenti è molto positiva. Spesso i concetti di pensiero computazionale sono introdotti sotto forma di gioco (gamification) e ho notato che è una pratica davvero efficace”.

E il gender gap in informatica? “Qui a Zurigo non noto differenza di genere, essendo le classi molto bilanciate. Ma anche nella mia università di origine, a Salerno, si è fatto molto, proprio grazie alla professoressa Filomena Ferrucci, co-autrice del progetto che abbiamo presentato a Facebook. Ha favorito le attività di orientamento per le scuole superiori in modo da avvicinare le ragazze al mondo dell’Informatica”.


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Emilio Cruciani

“Occorre investire nella ricerca pubblica, solo così l’università rimarrà eccellenza”

Studia sciami di lucciole e colonie di formiche. “Come fanno le prime a sincronizzare la loro bioluminescenza e le seconde a costruire ponti per raggiungere punti lontani? Mi affascina comprendere il potere di calcolo di sistemi apparentemente semplici, come appunto le comunità degli insetti: nonostante siano formati da organismi con una capacità computazionale ridotta, riescono collettivamente a risolvere compiti molto complessi”.

Perché per Emilio Cruciani, 29 anni, originario di Viterbo e ora a L’Aquila per conseguire il dottorato di ricerca al Gran Sasso Science Institute (ma ha già in programma di continuare a fare ricerca a Nizza), “l’informatica non è solo computer e software, ma anche lo studio formale dell’informazione e della computazione”. Pur essendo poco più che un ragazzo, anche nel suo caso il primo computer è ormai un oggetto da modernariato: “Il sistema operativo installato era Windows ’95, aveva un processore Pentium, il cui singolo core era 25 volte più lento di ciascuno dei quattro core del processore del mio attuale computer. E la sua una memoria RAM era mille volte più piccola”.

Oggi si occupa di capire come un fenomeno che si diffonde attraverso una rete sia influenzato dalla struttura della rete stessa. “Prendiamo una rete sociale dove i protagonisti sono le persone i loro rapporti di amicizia”, spiega Cruciani. “Ogni persona ha una opinione (semplificando, un colore) che evolve nel tempo a seconda delle interazioni con i suoi amici (se penso “rosso” e tutti i miei amici pensano “blu” la pressione sociale mi porterà a cambiare opinione).

Alcuni modelli matematici mostrano che le opinioni delle persone convergeranno verso un consenso, cioè tutti condivideranno la stessa opinione; se la rete sottostante è ben connessa, il consenso sarà veloce; se invece presenta delle comunità (gruppi di persone connesse densamente tra loro e sparsamente con l’esterno) ogni comunità raggiungerà il proprio consenso velocemente e lo manterrà per un lungo periodo di tempo prima di convergere ad un consenso globale. L’idea di fondo è molto intuitiva ma la vera sfida è nella sua formalizzazione ed analisi matematica”.

A proposito di reti e consenso, il premio arriva proprio da Facebook… che ruolo hanno nella ricerca i colossi del web? “Sono i più grandi produttori e consumatori di software”, risponde Cruciani. “E hanno già capacità di ricerca autonome orientate a risolvere problemi sia teorici che tecnologici che affrontano quotidianamente. D’altra parte queste grandissime aziende investono ogni anno in ricerca e sviluppo quantità di denaro paragonabili a quelle dei singoli Stati: basti guardare i 23,8 miliardi di euro investiti dall’Italia nel 2017 in ricerca e sviluppo (di cui circa 5,5 miliardi nell’università) contro i 20,5 miliardi di euro di Amazon.

Ovviamente c’è interesse nella collaborazione con l’accademia, piuttosto che nella competizione, ma non è sempre immediato poter trovare degli accordi. L’università potrà continuare a essere un luogo di ricerca di eccellenza solo se si investirà davvero nella ricerca pubblica”.

Giudica bassa la cultura informatica media degli italiani: “Molti pensano che chi fa il mio lavoro sia un tecnico dei computer”. E ritiene che insegnare il Coding, la programmazione, nelle scuole sia solo un passaggio successivo. “Prima andrebbe insegnato è il pensiero computazionale, cioè imparare a pensare in maniera procedurale e a chiedersi come funzionano le macchine con cui vogliamo interagire”.


I geni italiani dell'informatica premiati da Facebook

Valerio Terragni

“Trovo gli errori nel software prima che venga rilasciato”

Ha avuto il primo computer a 11 anni e ricorda perfettamente le caratteristiche tecniche di quella macchina: “Era un Intel Pentium Processor da 166 MHz, con 32 MB di RAM e un hard disk da 1.2 GB”, snocciola a memoria. “D’altra parte la mia passione per l’informatica nacque proprio allora, nei laboratori delle scuole medie”. Oggi il milanese Valerio Terragni di anni ne ha 30 e lavora come ricercatore all’Università della Svizzera Italiana di Lugano. Prima di approdare nel Canton Ticino, laurea a Milano-Bicocca e dottorato alla Hong Kong University of Science and Technology.

Ricorda anche il primo software che scrisse, poco più che bambino: “Era il gioco della battaglia navale, sviluppato nel linguaggio di programmazione Visual Basic”. Adesso fa le pulci ai software degli altri. “Mi occupo di testare automaticamente i programmi”, spiega Terragni, “per individuare errori nella scrittura del codice sorgente. Trovare errori prima che il software venga rilasciato è importante per evitare interruzioni di servizi informativi e per evitare perdite di dati e di denaro. Ora la proposta di progetto, che ho scritto in collaborazione con altri due ricercatori, è stata selezionata da Facebook per essere finanziata con un premio di 50.000 dollari”.

Non teme che i colossi del web possano fagocitare la ricerca pura: “Le Big Tech hanno bisogno delle collaborazioni con le università per risolvere i loro problemi tecnologici e migliorare i loro servizi. Non penso che questo cambierà nel futuro”. E pur riconoscendo il valore dei computer scientist cresciuti nel nostro Paese, non ritiene che si possa parlare di una “scuola italiana di informatica”: “In questo campo abbiamo ottime università, riconosciute a livello internazionale, per esempio il Politecnico di Milano, Politecnico di Torino e l’Università la Sapienza di Roma. E i ricercatori di informatica italiani hanno ricoperto posti di prestigio all’estero e sono protagonisti in prima linea del progresso tecnologico, specialmente nell’ingegneria del software, basta vedere il numero di italiani che pubblicano nelle migliori riviste scientifiche e partecipano alle più prestigiose conferenze del settore. Ma non penso esista una ‘scuola italiana'”.

E il resto della società? Come si rapporta ai computer? “Gli italiani”, risponde, “sono grandi consumatori di social media e social network, ma hanno poco interesse a capire cosa è davvero l’informatica e qual è il suo vero potenziale. Si potrebbe iniziare a insegnare la programmazione e l’informatica fin dalla scuola primaria come materia fondamentale, aiuterebbe anche a cancellare stereotipi di genere. Tuttavia, non siamo sicuri che la programmazione sarà ancora rilevante nel prossimo futuro: presto potrebbe non essere più necessario scrivere il codice come sequenza di istruzioni per un calcolatore, ma si potrà istruire un calcolatore con un linguaggio che sarà sempre più simile a quello umano. Questa tendenza si può osservare già ora, confrontando linguaggi del passato (Assembly, Fortran e Cobol) difficili da imparare e molto simili a come un computer esegue istruzioni, con i nuovi i linguaggi (Kotlin, Python, Go).

In realtà”, conclude Terragni, “per alfabetizzare la popolazione si dovrebbero insegnare le basi fondamentali dell’informatica e della programmazione e non focalizzarsi su un linguaggio di programmazione specifico. Le basi fondamentali non passeranno mai di moda, anzi, saranno sempre più rilevanti e importanti per affrontare le sfide che si presenteranno in futuro”.

 


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Roberto Verdecchia

“Nel nostro campo esiste ancora un forte gender gap”

Roberto Verdecchia fa ormai collezione di premi. Quello appena ricevuto da Facebook è solo l’ultimo di una serie. “Negli ultimi due anni, quelli del dottorato che sto conseguendo al Gran Sasso Science Institute dell’Aquila, mi sono stati conferiti sette riconoscimenti internazionali di ricerca”. Trentuno anni, fiorentino, Verdecchia si è appassionato ai computer da bambino giocando con Commodore Amiga 4000.

“Ci passavo tanto di quel tempo che i miei genitori iniziarono a preoccuparsi. Ma ero affascinato dal funzionamento dei videogame e dall’idea di poter creare qualcosa di nuovo. Imparare a programmare è stato il passo successivo”. Beh, ha imparato. Prima da autodidatta: “Il mio primo software si chiamava Calvin: tramite una serie di domande e risposte codificate, simulava di intrattenere una conversazione con l’utente”. Poi studiando Ingegneria informatica all’Università di Firenze e alla Vrije Universiteit di Amsterdam per un master in Ingegneria del software. Discussa la tesi di dottorato all’Aquila, dal prossimo gennaio tornerà nell’università olandese. Per fare cosa? “La mia specializzazione è studiare le ‘scorciatoie’ adottate dagli sviluppatori di software per risparmiare tempo, scorciatoie che però nel lungo termine rendono i prodotti software ingestibili”.

Non disdegna la collaborazione con le grandi aziende digitali, anzi. “Sono storicamente note per avere eccellenti rami aziendali di ricerca, basti pensare ai Bell Labs e ai AT&T Labs, e più recentemente alle ricerche condotte da Google e Facebook. Giusto qualche settimana fa”, racconta Verdecchia, “abbiamo discusso una nostra ricerca al Google Journal Club, un evento dove ricercatori accademici presentano risultati di rilevanza industriale a compagnie come Google, Facebook e Spotify.

Ricerca accademica e industriale sono due realtà parallele che dovrebbero sforzarsi di far progredire assieme la nostra conoscenza informatica. Purtroppo, questo tipo di collaborazione non è molto frequente al momento”.

Riconosce che esiste una eccellenza italiana nel suo settore, “è innegabile, soprattutto nell’ingegneria del software e negli algoritmi. Il mio istituto attuale, il GSSI, ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la computer science”. Ma ritiene che il nostro Paese faccia troppo poco per trarre vantaggio da questo primato: “Noto un crescente numero di ricercatori informatici italiani costretti a trasferirsi all’estero per perseguire la propria passione. E non mi pare che le misure prese finora per arginare questo fenomeno siano credibili”.

E ancora meno, secondo il ricercatore fiorentino, si fa per l’alfabetizzazione informatica degli italiani. “Conoscenze basilari dell’informatica stanno diventando sempre più necessarie nella la vita di tutti i giorni, basti pensare all’e-banking. E presto la maggior parte dei processi burocratici saranno telematici. In parte è compito delle nuove generazioni supportare questa transizione, ma dovrebbero essere prese misure preventive a livello governativo per assicurarsi che nessuno rimanga indietro”. Tantomeno le donneDurante l’anno accademico 2018-2019, nell’università olandese a cui sono attualmente affiliato, la percentuale di studentesse si aggirava attorno al 15-20%: è stato considerato un grande successo, io invece trovo questo dato ancora preoccupante”.


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Antonia Bertolino

“Ho iniziato prima di Internet, sviluppo i programmi che sono dentro i computer”

Antonia Bertolino è tra i pionieri. “Quando nel 1978 mi iscrissi all’Università di Pisa i personal computer non erano ancora alla portata di tutti, né tanto meno esistevano Internet o la posta elettronica”. Oggi, a 59 anni appena compiuti (“sono nata nella bellissima città di Marsala, all’estrema punta occidentale della Sicilia”), è un Dirigente di ricerca” del Cnr. “Ma quella verso i computer non fu una vocazione”, racconta. “Piuttosto una scelta strategica, e guardando indietro profetica. Mi piacciono da sempre la matematica, la fisica, la logica, ma uniti a senso pratico: cosi’ decisi che volevo essere un ingegnere e scelsi questo orientamento allora chiamato di ‘ingegneria elettronica con indirizzo calcolatori'”.

Il primo “calcolatore” tutto per lei arriverà solo dopo la laurea: “Era un desktop della Apple (il glorioso Macintosh 128K), quegli scatolotti beige con il floppy disk sul davanti e uno schermo poco più grande di quello di alcuni smart phone di oggi. Il vero salto di qualità, se in meglio o in peggio dipende dai punti di vista, c’è stato con il mio primo portatile, a meta’ degli anni ’90: da allora non ho più avuto alcun momento di disconnessione, il software con le sue problematiche di ricerca mi segue ovunque e in ogni momento”. Racconta così il suo lavoro: “Mi occupo di ingegneria del software, e già il nome dovrebbe rendere in qualche modo il concetto: lo sviluppo dei programmi che stanno dentro i computer, i telefonini, le automobili, le lavatrici, deve seguire processi ben definiti e necessita di adeguati strumenti di supporto, cosi’ come in ogni altro tipo di ingegneria. Altrimenti i programmi si interrompono in continuazione o fanno cose sbagliate”.

Per l’ingegneria del software, secondo Bertolino, esiste un’evidente eccellenza italiana. “Basta guardare, come per il caso degli award di Facebook, alla diffusa presenza di nomi italiani ai livelli di massima competenza”. E la cultura informatica media degli italiani? “Per gli Italiani informatica significa le app del telefonino, oppure le piattaforme social”. Il rimedio? “Sviluppare una mentalità computazionale e fornire un’alfabetizzazione sui rudimenti di informatica non può che aiutare le generazioni future. Anche se non credo che tutti dovranno diventare dei programmatori provetti. Noi ricercatori dovremmo riuscire a render semplice e alla portata di tutti l’utilizzo di supporti informatici tramite i quali le future generazioni potranno avanzare le loro richieste e “dialogare” con il computer. Insomma, non sarà l’uomo a dover imparare il linguaggio del computer, ma il contrario. Credo che sia più grave la mancanza di un’alfabetizzazione sui concetti di privacy e sicurezza, i giovani sono spesso vittime di attacchi perché non hanno strumenti per percepire i rischi”.

C’è poi la questione di genere. “Nel ’78”, ricorda Bertolino, “gli iscritti al primo anno del mio corso erano più di 300, ma di donne eravamo soltanto in 7 o 8. Abbiamo fatto progressi, ma le informatiche sono ancora meno degli informatici, e bisognerebbe agire quando sono ancora bambini”. A un bimbo regaliamo lego, trenini elettrici, giochi di intelligenza, tutte cose che sviluppano la loro mentalità matematica, ad una bimba regaliamo i trucchi, o la cucina di Barbie, perché? Ma, indipendentemente dal sesso, assisto a una tendenza scoraggiante: ci sono sempre meno studenti che continuano gli studi universitari fino alla laurea specialistica o al dottorato, e spesso per fare il dottorato scelgono di andare all’estero. Purtroppo studiare non è più valorizzato: costa fatica e dà poche gratificazioni. Rispetto al passato non solo non c’è molto progresso fra le donne, ma anzi si fanno passi indietro anche fra gli uomini”.


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Mattia Fazzini

“Tornerò nel mio liceo per spiegare l’importanza dell’informatica”

Mattia Fazzini tornerà da dove è partito: il Liceo Scientifico A. Roiti di Ferrara indirizzo Pni, Progetto nazionale per l’informatica. “E’ a liceo”, confessa, “che è nata la mia passione per i computer e ho iniziato a programmare nel linguaggio chiamato Pascal. Partecipai anche alle olimpiadi multimediali”.

Oggi Fazzini, 32 anni, laurea triennale in Ingegneria informatica a Ferrara e magistrale al Politecnico di Milano, è Assistant professor all’Università del Minnesota, negli Stati Uniti. Dove è arrivato dopo il dottorato conseguito al Georgia Institute of Technology. “Lì ho ricevuto una preparazione eccezionale per fare ricerca”. Ora cerca tecniche e algoritmi per migliorare la qualità del software, soprattutto per trovare e risolvere problemi nel codice delle app. Non demonizza i colossi del web. “Nel nostro settore”, spiega il professor Fazzini, “queste aziende sono una grande opportunità per avere collaborazioni uniche. Grazie a loro si possono sviluppare progetti di ricerca che aiutano immediatamente la vita “tecnologica” di milioni di persone. Ma le università rimarranno i posti principali per la ricerca pura”.

E a proposito di atenei, rivendica l’eccellenza italiana e in particolare del Politecnico di Milano. “Ci sono tantissimi ricercatori italiani che ottengono risultati eccezionali. Io, per esempio a Milano sono stato studente del professor Carlo Ghezzi che nel 2015 ha ricevuto un riconoscimento internazionale per i suoi contributi all’ingegneria del software”. Il problema nasce prima dell’università. “Come educatori dovremmo fare di più e meglio”, ammette Fazzini, “per raggiungere diversi segmenti della società. Il coding, la programmazione è forse ancora più importante di una lingua straniera, può avere un impatto ancora maggiore: infatti, non solo può essere uno sbocco professionale, ma ti insegna anche a pensare in un modo che aiuta in altre attività della vita. Per questo negli Usa l’informatica e la programmazione vengono insegnate già alle elementari”.

E si può fare di più anche per coinvolgere bambine e ragazze. “La prima volta che ho notato questa differenza di genere è stato durante gli studi della triennale, dove gli iscritti erano per la grande maggioranza studenti maschi. Per migliorare, le università dovrebbero coinvolgere gli studenti già dalle scuole medie e avere contatti più stretti con gli studenti delle superiori. A novembre sarò in Italia e visiterò il mio liceo proprio per contribuire a questa causa”. 


 

Se la curiosità per i computer era presente già da piccolissimo, la vera passione è esplosa sui banchi del liceo. “Ho avuto la fortuna di incontrare un insegnante di matematica, il professor Giuliano Vichi, che oltre a conoscere l’informatica aveva aveva un metodo per insegnarla in maniera naturale e divertente… almeno per me”. Altro incontro importante quello all’Università di Lugano con il professor Mauro Pezzè, laureatosi a Pisa e con un dottorato al Politecnico di Milano. “E’ uno dei massimi esperti di controllo del software e tra i 10 italiani premiati da Facebook in questa occasione ben quattro sono suoi collaboratori o ex collaboratori”. Dunque esiste una scuola italiana di informatica? “Di sicuro l’informatica italiana eccelle in molti settori”, risponde. “Lo dimostra il fatto che molti nostri professori hanno ricevuto l’ERC grant, il massimo riconoscimento a livello europeo”.

Anche per Alessio Gambi c’è ancora sproporzione tra maschi e femmine nel mondo della ricerca informatica. “Ma le cose stanno cambiando: sono molte le iniziative che mirano a eliminare differenze e discriminazioni, non solo maschi/femmine, ma anche LGBT. Per esempio, Ami J. Ko (fino a poco tempo fa si chiamava Andrew), professoressa della Washington University, sta portando avanti la sua battaglia personale dopo essersi dichiarata apertamente transessuale, mentre Bara Buhnova, della Masaryk University di Brno, nella Repubblica Ceca, ha fondato un gruppo  chiamato Czechitas per avvicinare le ragazze alla programmazione”.

Infine il ruolo delle grandi compagnie che gestiscono social network e motori di ricerca. “Tutte queste grandi aziende hanno uno o più centri di ricerca e legami più o meno stretti con le università. Hanno inoltre ottimi progetti di tirocinio, spesso molto ben retribuiti, con i quali creano un flusso costante di studenti qualificati che contribuisce alla loro ricerca e allo sviluppo del loro software. Infine non è raro che queste compagnie contribuiscano, a fondo perduto, alla ricerca universitaria, per esempio offrendo premi e riconoscimenti come quello che abbiamo vinto noi”. Una gratificazione importante per chi, come Gambi, deve ancora trovare una stabilizzazione. “Qui a Passau sono un Postdoc, che, detto in modo più diretto significa precario”.


I geni italiani dell'informatica premiati da Facebook

Filomena Ferrucci

Ma cosa si può fare per colmare il divario? “Prendere atto che non trova giustificazioni se non in un problema culturale e di informazione. Altrimenti non si spiegherebbe perché non esiste divario di genere in ambito informatico in Paesi asiatici, per esempio in Malesia, dove la presenza femminile è al 50%. E allora occorre abbandonare gli stereotipi cancellando definitivamente l’idea che questo sia un ambito prettamente maschile, facendo conoscere i tanti preziosi contributi che le donne hanno dato all’informatica, e mostrando quanto questa disciplina possa essere bella e affascinante e come possa dare alle donne grandi soddisfazioni. E’ questo l’obiettivo che il Dipartimento di Informatica dell’Università di Salerno”.