I sogni di Berners-Lee e quel Web che rischia di sparire


E MENTRE il Web ha creato opportunità, dato voce a gruppi emarginati e reso più facile la nostra vita quotidiana, ha anche creato opportunità per truffatori, dato voce a coloro che diffondono odio e reso più facile commettere tutti i tipi di crimine”. Tim Berners-Lee, considerato il “padre” del Web, fin dall’inizio della lettere per commemorare i 30 anni della sua invenzione dipinge l’online come ambivalente. Pregi da una parte, i tanti pericoli dall’altra. Soprattutto: c’è la necessità di un cambiamento. “Se adesso rinunciamo a costruire un Web migliore, allora non sarà il Web ad averci deluso, saremo noi ad aver deluso il Web”.
 
Cinque anni fa, per il venticinquesimo anniversario, i toni erano stati sensibilmente diversi. Le rivelazioni di Edward Snowden, sulla sorveglianza di massa applicata dalla National Security Agency (Nsa), risalivano a pochi mesi prima e il rimbombo della loro esplosione ancora echeggiava. Ma nessuno poteva immaginare quel che sarebbe successo nel 2018 con lo scandalo di Cambridge Analytica o ancora come sarebbe cambiata l’immagine luccicante dei capitani della Silicon Valley incapaci perfino di capire che le loro piattaforme e i loro algoritmi erano divenute armi nelle mani di regimi totalitari e politici privi di scrupoli.   

Alexander Nix, che Cambridge Analytica l’ha guidata, quando a Lisbona durante un Web Summit gli chiedemmo cosa fosse in grado di fare la tecnica della propaganda su misura fatta di messaggi personalizzati a piccoli gruppi di elettori, rispose che non avrebbe mai trasformato un pessimo candidato in un candidato vincente, ma poteva decidere tornate elettorali in bilico. Come il referendum sulla Brexit o le ultime presidenziali statunitensi.  

L’anno dopo, sempre al Web Summit di Lisbona, Tim Berners-Lee ha lanciato la sua idea di un Contratto per il Web. Alcuni principi che governi, imprese e cittadini sono chiamati a sottoscrivere per salvarne lo spirito originario. “A fronte delle nuove notizie di abusi nell’utilizzo del Web è comprensibile che molti provino timore e non siano certi che il Web si davvero una forza positiva”, scrive lui stesso. “Ma considerando quanto il Web è cambiato negli ultimi 30 anni bisognerebbe essere disfattisti e privi di immaginazione per ritenere che sia impossibile cambiarlo in meglio nell’arco dei prossimi 30 anni”.

Dimentica di citare in maniera esplicita la concentrazione attuale del mondo online. Metà della popolazione della Terra è in Rete e da due anni sono più quelli che navigano attraverso lo smartphone che usando il Pc. Sul mobile dominano due solo piattaforme, la maggiore è Android di Google seguita a distanza da iOs di Apple, e ormai il 65 per cento del nostro tempo lo spediamo su app dedicate a chat o social network che sono per lo più nelle mani di Facebook. Solo il 3 per cento del tempo è dedicato alla ricerca online e un altro 3 alle news. Non si tratta solo di garantire la privacy o di sostenere i tanti dipendenti dei colossi del Web che dal loro datore di lavoro pretendono un comportamento etico, ma di prendere atto dell’attuale struttura del Rete che non ha più molto a che spartire con quell’idea che dal 1989 si era evoluta in un nuovo territorio libero, democratico ed egalitario. Oggi, come sostiene Ev Williams che ha cofondato Twitter, è per buona parte un mondo fatto di contenuti studiati per provocare le reazioni negli utenti e poi monetizzare i click. Con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. 

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Di qui il tentativo di Tim Berners-Lee di porre delle regole o quanto meno dei principi base. Perché, per usare le parole di Brad Smith, presidente di Microsoft, “se si sviluppano tecnologie in grado di cambiare il mondo, bisogna sapere che prima o poi il mondo tenterà di mettere delle regole. E sono quelle che servono oggi”. E non c’è nulla di male nel volerlo fare. Davvero nulla.