Il Grande Archivio di Stato di Napoli



Costa me Sisinni et Leopardo viris honestis bindedisse et bindedi bone bolotatis tibi Barbaro et Florentino viris honestis…” comincia così il più antico documento in caratteri onciali, risalente all’VIII secolo d.C., conservato presso l’Archivio di stato di Napoli, un contratto di compravendita scritto su una lastra di pietra, trascrizione integrale di una charta veditionis relativa ad alcune proprietà situate nella zona di Cuma.

Parte da questo prezioso reperto la seconda tappa del viaggio che ci porterà nei diversi archivi presenti nel nostro Paese.

L’Archivio di Stato di Napoli, una delle istituzioni culturali più antiche e importanti d’Europa, conserva e protegge la memoria di un ampio patrimonio documentario, fonte storica di vitale importanza per la conoscenza delle vicende che hanno caratterizzato l’intero Mezzogiorno d’Italia. Nei suoi quattro piani, nelle sue sale affrescate e nei suoi depositi, si trovano circa sessanta chilometri lineari di documenti.

Fu il regio decreto del 22 dicembre 1808 di Gioacchino Murat a prevedere la

creazione a Napoli di un Archivio Generale, dove sarebbero stati riuniti e conservati in un medesimo luogo gli antichi documenti delle istituzioni esistenti fino all’arrivo dei francesi, avvenuto qualche anno prima.

Nel 1818, dopo il ritorno dei Borbone prese il nome di Grande Archivio di Napoli, con sede a Castel Capuano; contestualmente una legge, rimasta in vigore fino al 1875, fissava la “divisione delle scritture” in cinque sezioni: Diplomatica e politica, Amministrazione interna, Amministrazione finanziaria, Atti giudiziari, Guerra e marina. Nel 1835, l’inadeguatezza dei locali e il cattivo stato di conservazione dei documenti in Castel Capuano portarono al Regio Rescritto del 25 aprile, che destinò quale nuova sede del Grande Archivio l’edificio del soppresso monastero dei SS. Severino e Sossio al Pendino, dove il materiale arrivò nel 1845, quando la nuova sede fu solennemente inaugurata.

Con l’Unità d’Italia e l’introduzione del regolamento archivistico del 1875 il nome di Grande Archivio del Regno fu mutato in quello di Archivio di Stato di Napoli.


La sede dell’Archivio di Stato di Napoli. Foto @wikicommons

Nel suo immenso patrimonio, l’istituto accoglie documenti relativi alle istituzioni della città capitale del Regno fino al 1860, tra questi le serie della Sommaria e del Collaterale, quella del cappellano Maggiore, del Sacro Regio Consiglio, delle Segreterie e Ministeri di Stato e i protocolli notarili dal Cinquecento al Settecento.

Sfogliare le pagine delle migliaia di carte che vi sono custodite equivale a ripercorrere la secolare storia partenopea, di particolare rilievo, oltre alla già citata Carta Lapidaria, meritano una particolare attenzione, i sigilli di Federico II di Svevia (foto in basso) e di Sergio VII, ultimo duca di Napoli prima dell’avvento della dinastia normanna degli Altavilla.

Destano una certa curiosità il testamento di Herñan Cortès e il diario di Maria Carolina d’Austria, moglie di re Ferdinando IV e sorella di Maria Antonietta, in cui ritroviamo elementi di grande interesse per comprendere un periodo di grande importanza per la storia del Regno. A questi dobbiamo aggiungere la costituzione della Repubblica napoletana del 1799, la condanna alla pena capitale di Gioacchino Murat, che avvenne tramite fucilazione nel castello di Pizzo Calabro nel 1815 e la minuta della Costituzione del 1848.

L’Archivio conserva inoltre un consistente numero di archivi privati e gentilizi, Carafa, Pignatelli e Caracciolo solo per citarne alcuni. Proprio in merito a questi complessi documentari è utile fare qualche precisazione.

Gli archivi familiari hanno mantenuto nel corso dei secoli un ruolo centrale nella ricerca storiografica, per la loro capacità di svelare non solo un quadro familiare, nel suo vissuto pubblico e privato, ma anche il più ampio reticolato sociale di cui sono intessute le loro storie. Attraverso le carte degli archivi delle famiglie, nobili o patrizie, che hanno avuto ruoli di governo, di potere economico e culturale, si possono ricostruire le grandi questioni e le strategie sociali che hanno coinvolto le comunità e il territorio.


Sigillo di Federico II di Svevia, imperatore [dicembre 1222]. Sigillo di cera vergine, rotondo, diam. 72 mm., in teca di legno, diam. 91 mm, peso 154 g., pendente tramite fili serici rosso ruggine, conservazione buona, restaurato nel 1995. Per gentile concessione ASNa, Raccolta dei sigilli, 11

Degli archivi privati custoditi dall’Archivio di Napoli, uno dei più ricchi è senza dubbio quello dei Pignatelli, principi del Sacro Romano Impero. Giunto in questo Istituto dopo molte peripezie, la sua importanza sta nel fatto che diversi membri di questa famiglia raggiunsero i gradi più alti della gerarchia ecclesiastica e occuparono importanti cariche dello Stato.

Al suo interno troviamo alcuni documenti originali che riguardano il famoso conquistatore spagnolo Herñan Cortès, di cui una nipote, Giovanna d’Aragona Cortes, andò in sposa nel 1639 a Ettore IV Pignatelli.
E’ il caso di un diploma datato 1522 con il quale Carlo V, che si firmava “yo soy el rey” nominava il conquistadores Capitano generale e Governatore della Nuova Spagna.  Tra le righe anche un caldo sollecito da parte dell’imperatore, che invitata il destinatario a far pervenire nel Vecchio Continente un po’ di oro e pietre preziose.

L’archivio conserva inoltre la copia autentica del testamento di Cortès tratta dall’originale, redatta per uso della vedova, pochi giorni dopo la sua morte avvenuta il 3 dicembre del 1547. Il documento illumina su molti eventi che interessano la vita del condottiero e sull’epoca in cui visse.

Sempre all’ambito nobiliare è riconducibile il Codice di Santa Marta, una raccolta di 72 fogli di pergamena miniati in cui sono raffiguranti gli stemmi di re e regine e di molti appartenenti alla nobiltà napoletana. Il codice era il disciplinare del “Collegium Disciplinatorum Sanctae Marthae” una Confraternita che aveva sede nell’omonima chiesa e che, nel periodo tra il Quattrocento ed il Seicento aveva ammesso tra i suoi confratelli i sovrani della dinastia Angioina e di quella Aragonese, oltra a Vicerè e molti nobili napoletani.


Fogli dal “Codice Miniato della Confraternita di Santa Marta”, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli.
Sinistra: Frontespizio raffigurante S. Marta. Destra: Blasone di Re Ferdinando I d’Aragona, il blasone di Ferdinando I riportava lo stemma della famiglia Trastamara di Aragona, inquartato con quello del regno di Napoli, così come codificato durante il regno degli Angioini.

Il Codice ha un rilevante valore storico, tanto per il succedersi delle dinastie e delle case regnanti su Napoli capitale, quanto per l’evoluzione della cultura figurativa meridionale. In particolare la critica ha attribuito a Leonardo da Besozzo lo stemma di Renato d’Angiò e a Jean Fouquet, celebre miniatore di Tours, lo stemma di Alfonso d’Aragona. Un reperto prezioso per l’indagine storico-artistica della città che ha rischiato di andare perduto più volte come ad esempio per la distruzione della chiesa di Santa Marta durante i tumulti della sommossa popolare capeggiata da Masaniello.

Nelle vicende che hanno indelebilmente segnato la storia dell’Archivio di Napoli non si può non parlare dei tristi accadimenti che, nel 1943, comportarono la distruzione di un’incredibile quantità di documenti dal valore inestimabile, privandoci così di secoli di storia.

La mattina del 30 settembre, abitanti di San Paolo Belsito, piccolo paese del nolano, videro innalzarsi dalla collina di Montesano una colonna di fumo che si sparse per la campagna. La villa di Montesano, l’antica residenza dei marchesi Mastrilli di San Marzano, ristrutturata nel Seicento dal noto architetto napoletano Cosimo Fanzago, stava bruciando. Nella dimora, dal grande valore storico, sin dai primi mesi dello stesso anno avevano trovato ricovero 31.606 tra fasci e volumi e 54.372 pergamene, stipati per lo più in 866 casse, spedite in quel luogo per sottrarle alla follia della guerra. I bombardamenti su Napoli. Fu lo stesso Riccardo Filangieri, soprintendente dell’Archivio dal 1934 al 1956 a raccontarci cosa avvenne.

Il pomeriggio del 28 settembre, tre soldati tedeschi arrivarono a villa Montesano, entrati nell’edificio e viste le casse, compresero cosa custodissero. La mattina successiva si presentò alla villa un ufficiale tedesco, che volle recarsi nelle sale dov’erano custoditi i documenti e visionarne alcuni.

Nel tardo pomeriggio l’arrivo di pattuglia tedesca che si fermò per qualche ora nei sotterranei fece pensare che l’edificio fosse stato minato. Riccardo Filangieri, messo a conoscenza dell’accaduto, indirizzò prontamente al comando tedesco, stanziato a Nola, una lettera in cui illustrava il contenuto del deposito e l’importanza dei documenti. La mattina del 30 settembre l’epilogo: altri soldati tedeschi giunsero alla villa, il comandante della squadra lesse la lettera, e ignorandola con sdegno, portò a termine il suo mandato. Nelle sale che contenevano le casse, furono ammonticchiate paglia, carta e polvere da sparo e in pochi minuti l’edificio fu devastato dal fuoco, che molto probabilmente fu appiccato come ritorsione per le Quattro giornate di Napoli (27-30 settembre).

L’entità dei danni fu immensa e secoli di storia andarono letteralmente in fumo, basti pensare al Registro di Federico II del 1239-40, ai 378 volumi contenenti gli atti dei sovrani angioini dal 1265 al 1434 e ai 7232 volumi della Regia Camera della Sommaria. Si salvarono dal rogo solo 11 casse di protocolli notarili e 97 buste dell’Archivio Farnesiano.

Benedetto Croce in merito all’accaduto così scriveva nel suo diario solo qualche giorno più tardi: “ con l’animo di chi ha visto morire la persona più cara, ma con la mente di chi misura l’immensità della perdita per la nostra tradizione e per la scienza storica”.

Nella drammaticità di questi eventi gli archivisti napoletani non tardarono a reagire al disastro che aveva colpito il loro istituto. Negli anni che immediatamente seguirono la fine del conflitto intrapresero una colossale opera di recupero che, condotta per decenni, ha permesso di ridare vita a serie ritenute irrimediabilmente perdute, di reperirne perfino di sconosciute, di raccogliere e gradualmente pubblicare, da originali, copie, manoscritti, codici, fotografie, microfilm, pubblicazioni e fonti inedite, ciò che rimaneva dei documenti della Cancelleria angioina, andata distrutta.

Tornando al presente, quando si varca l’ingresso del meraviglioso edificio che ospita l’Archivio, si viene immediatamente proiettati in un’altra dimensione, quel che questo luogo ci racconta in sequenza è davvero straordinario.

Il monastero, che si trova nel cuore della Napoli antica, fu edificato tra il IX e il X secolo dai monaci benedettini nel quartiere nilense (oggi Pendino) nome che deriva dalla presenza, attestata sin dai tempi di Nerone, di numerosi cittadini di Alessandria d’Egitto dediti al commercio. Nel 902 d. C., vennero trasportate sul posto le reliquie di san Severino, due anni dopo quelle di san Sossio compagno di martirio di San Gennaro patrono di Napoli, rinvenute tra i ruderi del Castello di Miseno distrutto nel 885 d.C..

L’edificio oggi comprende oltre alla chiesa, descritta da Cesare Capaccini come “La più bella ecclesia che era in la dicta cita”, anche un’altra “inferiore”, tre chiostri monumentali, un refettorio, una sala capitolare e due giardini. Il complesso nella sua totalità costituisce una vera meraviglia, gli affreschi di Antonio Solario detto “lo zingaro” raffiguranti episodi della vita di san Benedetto, gli intarsi lignei del 1500, i preziosi pavimenti cosmateschi e le finissime modanature in stucco, opera di Giuseppe Scarola, fanno di questo luogo uno dei più suggestivi della città.

Il nucleo più antico del monastero sorge in corrispondenza del chiostro detto Atrio del Platano, dal nome dell’albero che la leggenda narra essere stato piantato dallo stesso san Benedetto.


Convento dei Santi Severino e Sossio (Napoli) – Sala del Capitolo (sede dell’Archivio di Stato di Napoli). Fotografia di WikiCommon

Pochi passi per arrivare all’Atrio dei Marmi, iniziato nel 1598 e completato nel 1623, è un chiostro ampio e pieno di luce, circondato da colonne di marmo di Carrara, dove si affacciano tre sale. La Sala Filangieri, l’antico refettorio dei monaci, ampio e maestoso, al cui interno troviamo l’affresco di Belisario Corenzio che rappresenta la moltiplicazione dei pani e dei pesci e l’allegoria della fondazione dell’ordine benedettino.

La sala dei Catasti, che in passato era il vecchio Capitolo dei monaci, colpisce per la magnificenza delle decorazioni del soffitto affrescato sempre dal Corenzio, raffigurante le virtù con i relativi simboli e scene della tradizione benedettina. Per concludere, la sala Tasso, così chiamata in ricordo del soggiorno del poeta nel monastero benedettino.

In qualche modo, tra le mura dell’ex convento dei SS Severino e Sossio,  si coglie in pieno il significato profondo e l’importanza di un Istituto come questo, custode silente di un enorme patrimonio fatto di storie che, come piccole tessere, finiscono con il comporre il grande mosaico della Storia.


La Biblioteca dell’Archivio di Stato di Napoli. Foto per gentile concessione Archivio di Stato di Napoli

Per saperne di più, il sito ufficiale dell’Archivio di Stato di Napoli