L’8 giugno 1999 se ne andava Corrado Mantoni. Vent’anni senza il conduttore che chiamavamo per nome


Corrado Mantoni moriva l’8 giugno 1999. Dall’annuncio della fine della guerra alla nascita di Domenica In per far fronte all’austerity, il conduttore c’è sempre stato. Le battute con Mike, il rapporto con la Carrà, la ‘rinascita’ grazie a Berlusconi

Per Totò era lo Scognomato. Per gli italiani era semplicemente Corrado, con quel Mantoni aggiuntivo che non faceva altro che disorientare il pubblico. E così accadde vent’anni fa, quando annunciarono che Corrado Mantoni se n’era andato. “Ma chi?”, fu la reazione istintiva di tutti. “Il papà della Corrida”. Solo in quel momento capimmo e realizzammo.

L’8 giugno 1999 Corrado ci lasciava e assieme a lui se ne andava e un modo unico e forse irripetibile di fare televisione. “Tu piaci molto, hai un indice di gradimento molto alto. Il segreto di questo successo è che fai il finto tonto. Alla gente piace più scoprire che essere aggrediti, così ha simpatia e tenerezza per il poveraccio. Tu sei un poveraccio”. Alberto Sordi lo prese in giro durante una storica puntata di Canzonissima. Corrado come al solito stette allo scherzo, consapevole della sua reale forza e dei veri motivi del suo successo.

Corrado c’è sempre stato, in radio prima ancora che sul piccolo schermo. Fu proprio la sua voce a comunicare la fine del secondo conflitto mondiale, mentre nel 1949 effettuò a Milano i primi esperimenti televisivi per la Rai, chiamata a scegliere tra il sistema di trasmissione Pal o Secam. “Ricevetti i complimenti dell’allora direttore, che mi assicurò: ‘Caro Corrado, lei sarà il primo a fare la televisione’. Poi però arrivò lui”.

Lui” non era altro che Mike Bongiorno, sua vittima preferita, nemico amatissimo e bersaglio ideale della sua tagliente ironia. I match più esilaranti andavano in scena in occasione delle serate dei Telegatti. Uno conduceva, l’altro finiva puntualmente in nomination con La ruota della fortuna. Corrado percepiva il rischio e ancora prima di aprire la busta col nome del trionfatore cominciava a borbottare.

Come gatto e topo. Uno azzannava, l’altro incassava. “So che hai donato un Telegatto in beneficenza”, affermò una volta Mike. “ – replicò Corrado – tu figurati…”. “Guarda che io faccio tante serate di beneficenza, l’altra settimana ho raccolto 40 milioni di lire. Tu che fai?”. “Io parlo con te”.

Puntuali arrivavano le pacche sulle spalle e i sorrisi di complicità, pronti a dimostrare che si stava giocando. Come quella volta che si festeggiarono le 1500 puntate del Pranzo è servito. Corrado volle un notaio d’eccezione, “uno che prende sempre tutto sul serio”. E chi se non Mike.

Nel 1970 il suo nome venne accostato a quello di una giovane Raffaella Carrà. Assieme condussero l’ottava e la nona edizione di Canzonissima. L’iniziale diffidenza lasciò rapidamente il campo ad una sintonia unica, grandiosa, irripetibile. Raffaella la definì chimica. “Mi diceva: ‘Non lavorare mai con un partner se non la senti’. Mi ha insegnato a coltivare il senso dell’umorismo e ad essere generosa“.

Generosità che si manifestò nel 1982, quando in fase di costruzione del cast di Fantastico 3 la showgirl bolognese puntò i piedi: “Mettetemi a fianco Corrado, o non se ne fa niente“. Nonostante il braccio di ferro vinto, sarebbe stata una delle ultime esperienze del presentatore nella tv di Stato, scaricato da Viale Mazzini all’indomani dell’incidente stradale che lo aveva visto protagonista nell’estate del 78.

In un altro Fantastico, stavolta il 12, andò a trovarla. Raffaella lo riannunciò: “Il mio amato Corrado!”. Ne seguì un abbraccio lunghissimo, quasi eterno, accompagnato da lacrime sincere.

Marchio di garanzia, volto che rassicurava. Nel 1976, in piena austerity, alla Rai venne chiesto di creare una trasmissione che tenesse incollati gli italiani al piccolo schermo, in modo da scoraggiarli dall’effettuare la tradizionale uscita domenicale in automobile. Nacque così Domenica In, lungo contenitore che copriva l’intera fascia pomeridiana.

Il 19 marzo 1978, a soli tre giorni dall’attentato di via Fani, gli spettò il compito più difficile: tranquillizzare un Paese sconvolto dal rapimento di Aldo Moro e dall’uccisione dei componenti della sua scorta. “Oggi è la Domenica delle Palme, simbolo di pace, amicizia e amore, cose di cui abbiamo tanto bisogno in questi giorni. I buoni sono tanti al mondo, più dei cattivi. I cattivi sono pochi. Se i buoni fossero solidali, forse i cattivi non troverebbero il terreno adatto”.

Qualche mese dopo l’incidente stradale lo avrebbe segnato. Abbandonò il bastone in diretta, ma faticò a restare in piedi di fronte alle aspre critiche ricevute dall’allora presidente della Rai Paolo Grassi.

La separazione da Viale Mazzini coincise con il corteggiamento di Silvio Berlusconi. Un incontro fortunatissimo per Corrado, a cui il fondatore della Fininvest assegnò subito il compito di inventarsi un programma per l’ora di pranzo. “Creammo il Pranzo è servito. Berlusconi mi disse: ‘Bene, me ne faccia trecento’. Di trecento in trecento arrivammo ad oltre duemila puntate“.

La vera intuizione però fu la trasposizione della Corrida dalla radio alla televisione. Campanacci, sirene, fischi e applausi sbarcarono su Canale 5 per dieci edizioni. I duetti col maestro Roberto Pregadio erano commedia pura, tanto esilaranti quanto rispettosi di concorrenti strampalati ma mai ridicolizzati. Se si esagerava, Corrado interveniva. Bastava un’occhiata, il gesto di una mano per riportare tutti all’ordine.

Nel 1997 La Corrida sfondò ogni record d’ascolto mettendo in crisi lo show di Raiuno con Montesano, abbinato alla Lotteria. Qualcuno storse il naso, come dimostrato dalle parole di Corrado pronunciate la sera del commiato:

“Abbiamo fatto un record di ascolti e, sotto sotto, è dispiaciuto a molti. Ospiti illustri contro strana gente, che quasi sempre non sa fare niente. Ma poi, come è finita lo si sa: ha vinto questo nostro varietà e dico varietà, badate bene, e fatto pure come tivù comanda. Perché vi giuro, ho un po’ le tasche piene, di udire la peggiore delle offese che alla Corrida fanno la domanda soprattutto gli scemi del paese. È gente che si vuole divertire. Hanno una dote che non è pazzia e ce l’hanno in pochi: si chiama autoironia”.

Il saluto definitivo al pubblico giunse sette mesi prima della morte. Mediaset mise in piedi un omaggio ai Tre Tenori. Con Bongiorno e Vianello fu una gara di ricordi, aneddoti e battute. Nessuno immaginava che sarebbe stata l’ultima volta. Tranne lui, che disseminò il percorso di impercettibili indizi: “Ho la paura, penso umana, di stancare la gente. Allora cerco di capire il momento in cui l’ho stancata per andarmene via un minuto prima”.

L’Italia, che lo aveva adorato per mezzo secolo, non gli ha mai perdonato quell’inaspettata uscita di scena.



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