Lazio-Roma, lo strano derby dei ‘precari’ Inzaghi e Di Francesco


ROMA – Nel folle mondo social, qualcuno assicura che chi banalizza il derby ha la sindrome di Pinocchio. Al di là di proclami e sfottò, impossibile minimizzare la partita che fa impazzire i romani. Non possono farlo di sicuro Inzaghi e Di Francesco, visto che per la prima volta vivono la sfida da precari. Entrambi sono in discussione, nonostante le prodezze della scorsa stagione, entrambi puntano a vincere il derby e affrontare così con più serenità il rush finale per il posto Champions e gli altri obiettivi. Se lavori sereno, fai meno errori, Lotito e Pallotta contengono gli sfoghi rabbiosi e magari la panchina riesci a tenertela stretta pure l’anno prossimo.

Di Francesco sa che potrebbe essere l’ultima volta. Lo sa perché sa di aver rischiato di non avercela nemmeno, un’ultima volta: ha rischiato l’esonero almeno tre volte, si è sempre salvato. Ma l’addio del suo maggiore sponsor, il ds Monchi, destinato all’Arsenal, toglierebbe anche il paracadute che lo ha protetto in quelle occasioni. A Trigoria gli riconoscono meriti significativi: la valorizzazione di giocatori come Under, Lorenzo Pellegrini, soprattutto Zaniolo, che il club stava per cedere in prestito e oggi vale una cinquantina di milioni. Ma pure responsabilità sensibili nella gestione di un gruppo troppo timido, a cui non ha saputo dare carattere. L’eventualità che a fine stagione le strade con la Roma si separino è concreta, al punto che circolano già nomi per la sua sostituzione: nessuno si sente di escludere che Sarri – il profilo che Trigoria ritiene perfetto per trasferire un’idea di gioco senza rinunciare alla competitività – possa alla fine ereditarne la panchina, complice il rapporto fraterno con il consulente romanista Franco Baldini.

Di Francesco però ha ancora qualche carta da giocarsi: la prima è la corsa al 4° posto, senza il quale ogni discorso è quasi superfluo. La seconda, e forse più importante, è la Champions League. La Roma dipende molto dai soldi delle coppe europee, lui lo scorso anno ha stupito portando la squadra fino alla semifinale e garantendo il record di ricavi della storia del club. Se si ripetesse, chi avrebbe il coraggio di mandar via un allenatore capace di entrare due volte in due anni tra le prime quattro d’Europa?

Dall’altra parte, Inzaghi è il precario più solido del mondo. Nel senso che il suo rapporto con Lotito è speciale, totalmente diverso da quello che di solito lega allenatore e presidente. Lotito lo considera una sua creatura e “un figlioccio” (parole sue), davvero con lui usa bastone e carota come un genitore. Nel caso della Lazio, quindi, il divorzio con l’allenatore – questo allenatore – non è automatico neanche se la squadra dovesse fallire gli obiettivi, cioè quarto posto e Coppa Italia. Ma certo per la prima volta Lotito ci penserebbe seriamente, visto che gli rimprovera una gestione integralista della rosa: fa giocare sempre i suoi titolarissimi, Inzaghi, il che deprime le riserve e ne riduce il valore sul mercato. Poi c’è la questione infortuni, che arrivano drammaticamente puntuali nel momento decisivo della stagione. E infine qualche cambio discutibile, anche se il ds Tare lo protegge senza remore perché assolutamente convinto dello spessore di Inzaghi come allenatore. Nonostante il tabù delle big, mai battute in questo campionato: da qui le prime critiche dei tifosi, che comunque lo adorano per l’indiscutibile “lazialità”. Né ha mai vinto contro la Roma di Di Francesco. Riuscirci aprirebbe al tecnico biancoceleste e alla sua squadra altre prospettive: sarebbe come centrare un obiettivo stagionale. E allora come si fa a banalizzare il derby?