Mediterraneo, prove di navigazione nel Mesolitico



Gli umani della specie Homo sapiens sarebbero stati in grado di navigare nel mar Mediterraneo già nel Mesolitico, alla ricerca di nuove fonti di cibo e terre da perlustrare, retrodatando di almeno duemila anni ciò che si riteneva essere il limite precedente, quanto a spostamenti via mare, individuato dal mondo scientifico nel tardo Neolitico.

Dopo tre anni di studi e confronti a vari livelli scientifici, la scoperta è stata recentemente pubblicata sulla rivista Earth Science Reviews, a cura di un team di ricercatori guidato da Valeria Lo Presti e Fabrizio Antonioli dell’Enea, che ha coinvolto le Università di Roma, Palermo, Trieste e del Salento, l’Area Marina Protetta delle Egadi, il museo geologico “G.G. Gemmellaro” e la Soprintendenza del Mare di Palermo.

Tutto è iniziato qualche anno fa, quando la guida alpina Jacopo Merizzi si trovava nell’isola di Marettimo, impegnato a monitorare più da vicino alcuni tratti costieri di

particolare interesse, tra cui la famosa grotta del Tuono, nel promontorio di Punta Troia, così chiamata per l’intenso rumore che provoca il mare agitato quando s’infrange al suo interno.


Arrampicata sulla parete per raggiungere il terrazzamento interno della grotta. Fotografia di Antonioli

Essendo raggiungibile solo via mare ed avendo una volta alta decine di metri, Merizzi, facendo leva sulle sue qualità di esperto scalatore, si è arrampicato sulla parete verticale interna fino a raggiungere un piccolo ripiano. A quel punto, incredulo, ha rinvenuto dei reperti ossei animali affioranti a distanza ravvicinata, tra cui parte di un cranio, che pareva appartenere ad un cervide.

Deciso a saperne di più, è ritornato sul posto in compagnia di Fabrizio Antonioli e Sebastiano Tusa, archeologo di fama internazionale ed ex assessore alla cultura della Regione Sicilia, improvvisamente scomparso il 10 marzo scorso, a seguito del drammatico incidente aereo della Ethiopian Airlines in terra africana.


Sebastiano Tusa, a sinistra, e Fabrizio Antonioli a destra in navigazione verso la grotta del Tuono. Fotografia di Jacopo Merizzi

Nel compiere i rilievi sul suolo, si è scoperto che il sito conteneva anche resti di patelle, notoriamente gradite a coloro che vanno per mare, da cui l’ipotesi di un banchetto consumato in quel punto.

L’associazione dei resti dei molluschi gasteropodi (Patella caerulea) con quelli del cervide (Cervus elaphus) e le successive analisi di laboratorio, che hanno confermato la medesima datazione dei reperti, hanno permesso ai ricercatori di elaborare la tesi secondo cui gli umani avrebbero raggiunto l’isola di Marettimo, utilizzando mezzi nautici rudimentali, in un periodo compreso tra 8400 e 13600 anni fa, in pieno Mesolitico ed in un contesto geografico diverso dall’attuale.


Fabrizio Antonioli sul sito del ritrovamento della mandibola. Fotografia di Jacopo Merizzi

“La morfologia della piattaforma continentale al largo della Sicilia occidentale, suggerisce che durante l’ultima glaciazione (circa 20 mila anni fa), le isole di Favignana e Levanzo erano collegate alla Sicilia da un’ampia pianura emersa, mentre Marettimo era separata da uno stretto canale” precisa lo studio, che ipotizza una distanza marina fra i tratti costieri, durante il Mesolitico, lunga tra i 10 e i 14 chilometri.

Il successivo innalzamento del livello del mare, ha isolato l’area dei reperti nella grotta del Tuono, la cui morfologia dell’epoca probabilmente permetteva all’uomo di raggiungerla a piedi, camminando sulla terra emersa. “Le osservazioni geomorfologiche, archeologiche, geofisiche e le nuove datazioni al radiocarbonio della fauna fossile ritrovata, ci hanno permesso di fornire una dettagliata ricostruzione paleogeografica dell’area, supportando l’ipotesi che l’uomo possa aver navigato nel Mediterraneo occidentale tra il primo Mesolitico e il tardo Epigravettiano, anche se, probabilmente, è diventata un pratica consolidata solo durante il Neolitico”, hanno osservato i ricercatori.

“Vogliamo dedicare questa importante scoperta a Tusa, con cui avevamo in programma di compiere ulteriori rilievi sul campo ed analisi con la Soprintendenza”, ha detto Antonioli. “Ci piacerebbe se venisse rispettare la sua volontà, intendendo recuperare i resti trovati nella grotta del Tuono per una doverosa conservazione ed esposizione museale, anche perchè c’è la necessità di salvaguardarli, considerando i fenomeni erosivi in atto ed il rischio concreto che si disperdano in mare. Scoperte come questa, avvenuta in maniera casuale e con depositi affioranti – ha concluso il ricercatore dell’Enea – ci fanno comprendere quanto ancora ci sia da esplorare per svelare nuovi tasselli sconosciuti della storia evolutiva umana nel Mediterraneo”.


La grotta del Tuono come si presenta dall’esterno. Fotografia di Jacopo Merizzi