Nella sede marsigliese di Wiko, dove nascono gli smartphone dal design europeo


MARSIGLIA – Sono diversi, lo ripetono con orgoglio. Come un mantra. E che non sia solo uno slogan lo rivelano le t-shirt stropicciate. Benvenuti nel quartier generale francese di Wiko, dove l’età media è al di sotto dei quarant’anni. La sede che occupa tre piani di un edificio storico di Marsiglia, in Francia, ha le pareti tappezzate di dissacranti meme e gli open space, con piccoli oblò intagliati sulle porte a spinta, ricordano l’interno di un vascello. Una vela salpata da View Port, il porto vecchio di questa città meticcia che si affaccia sul Mediterraneo, per conquistare il mondo. A partire dagli Stati Uniti, dove sono approdati da poco.

Potrebbe sembrare un’azienda di smartphone come molte altre, ma non lo è. Creata nel 2011 da Laurent Dahan, oggi solo a Marsiglia conta 200 impiegati e si è fatta strada grazie a dispositivi low cost. La caratteristica che la rende unica? Ha eletto l’Europa a sede creativa. Qui, a pochi passi dal mare dove i dipendenti in pausa pranzo possono tuffarsi, sono di fatto concepite le forme e definiti i colori di tutti i prodotti firmati Wiko: i telefoni così come gli accessori che prendono poi la Via della Seta per essere confezionati a Shenzhen, la Silicon Valley d’oriente dove si trovano ormai le fabbriche hi-tech più importanti del mondo. Ma è sempre a Marsiglia che in casa Wiko il dipartimento di marketing ha scelto di mettere a punto le strategie per conquistare i giovani con pochi soldi in tasca. 

Un unicum di cui Tinno, il gruppo cinese che nel 2017 ha acquisito il completo controllo, ha ben chiaro il valore. Lo rispetta e lo esalta al punto di metterlo per iscritto sul retro di ogni modello dove si legge “designed by Wiko” al numero uno di rue Dessemond, in “Marseille, France”. Solo dopo, in seconda battuta, compare una scontata precisazione: tutto, ovviamente, è “assembled in China”. Una formula che a livello comunicativo funziona, calamitando curiosità. Anche se non è proprio originale, visto che il primo a sfruttarla fu Steve Jobs. Fu lui, una volta rientrato in Apple, a intuire il desiderio di specchiarsi nei propri oggetti hi-tech e a puntare tutto su quel “designed in California” che sotto la prolifica mano di Jony Ive ha fatto la storia della tecnologia, regalando ai dispositivi elettronici stile e identità.

A stile e identità punta anche Wiko, e forse non è un caso che gli ultimi smartphone prodotti dall’azienda cino-francese ricordino così da vicino l’iPhone. “Oggi sono diventati un’estensione del nostro corpo”, dice Sébastien Weber, 37enne vicecapo del design, impugnando il telefono da cui non si separa mai. “Perciò il nostro primo obiettivo è renderli facili da usare. Poi ci teniamo a creare dei prodotti nuovi, ma che siano allo stesso tempo accettati dal nostro pubblico di riferimento. Una lezione che abbiamo imparato dalla concorrenza: se crei qualcosa di troppo originale, il rischio che non venga accettata è molto alto”. Vale per le persone, come per gli oggetti. A Weber bastano un paio d’ore per mettere nero su bianco lo schizzo di un nuovo smartphone, ma per arrivare al modello che ha in mano – ammette – la strada è lunga e faticosa. 

“Bisogna tenere conto del posizionamento del brand, della moda, e trovare il giusto equilibrio tra novità e tradizione. Il segreto è ridurre tutto all’essenziale”. Il tutto attraverso un attento studio dei dettagli, come mostrano i prototipi esibiti sui tavoli del Wiko View 3: il nuovo smartphone di punta Wiko che costa 179 euro. Nelle prime versioni le tre fotocamere posteriori erano più distanziate e i colori della scocca più accessi. Un’originalità che si è persa nel modello definitivo, poi uniformato ai prodotti in circolazione. Ha mantenuto, però, un grande display da 6,26 pollici e una batteria da 4000 mAh che, testata, garantisce al telefono quasi due giorni di vita.

Nel caso di Wiko il processo creativo è ancora più difficile per via di un preciso diktat: mantenere i costi stracciati. La scelta di non puntare all’innovazione ma a rendere la tecnologia a portata di tutti comporta necessariamente delle rinunce, come quella di adottare per la ricarica della batteria una porta usb micro, quando da tempo lo standard è la typeC. Quasi inaccettabile, ma necessario per risparmiare. Un altro esempio è il 5G su cui l’azienda sta lavorando da anni, ma che non intende mettere a disposizione dei consumatori fino a quando i costi non si abbasseranno.

Antoine Loison, designer degli accessori, riflettendo sul rapporto tra creatività e limiti tecnico-economici, parla di una “vera lotta”. Una continua tensione che ritroviamo in ogni aspetto di Wiko. Nella voglia di trasgressione degli esordi che si contrappone all’ansia di rendersi presentabile. Nel desiderio di mostrarsi ancora come una startup e allo stesso tempo abbastanza matura. È qui che si riconosce il Dna europeo: non tanto nei colori dei prodotti che richiamano la natura francese, quanto nell’anima. La stessa anima di Marsiglia.


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