Per Antiche Carte: l’Archivio di Stato di Firenze



L’Archivio di Stato di Firenze è una delle massime istituzioni culturali del nostro Paese e tra le sue mura si custodiscono tasselli di una memoria universale. Con le sue 18.000 presenze annue è frequentato non solo da studiosi italiani ma anche da ricercatori provenienti da ogni parte del mondo. Un archivio imponente che custodisce circa 75 chilometri lineari di materiale documentario diviso in 600 fondi  e che possiamo definire uno dei tesori (sconosciuti) della città: i carteggi, i diplomi, i codici miniati e gli statuti, sono la preziosa testimonianza delle vicende politiche, sociali, culturali  economiche e artistiche di Firenze e della Toscana dal 726 d.C. – anno del documento più antico – fino ai nostri giorni. 

Cosi, accanto ai privilegi di Federico Barbarossa e alle bolle di Bonifacio VIII, alle lettere di Michelangelo e a quelle di Machiavelli, troviamo tracce della partecipazione di Dante Alighieri ai consigli della Repubblica, la registrazione della nascita di Leonardo da Vinci, il consistente archivio della famiglia Medici e l’originale del codice leopoldino con cui nel 1786, per la prima volta al mondo, veniva abolita la pena di morte: questi ed altri documenti fanno dell’Archivio

di Stato di Firenze un vero e proprio patrimonio dell’umanità.


L’atto di nascita di Leonardo da Vinci. Fotografia di Archivio Stato Firenze

Istituito con decreto del 20 febbraio 1852 dal granduca Leopoldo II di Toscana, l’archivio nacque con il compito di provvedere “alla migliore tenuta, alla buona conservazione ed al più conveniente servizio di molti fra gli Archivi dello Stato esistenti nella capitale, e dipendenti da uffizi diversi” e  con il preciso scopo di “meglio contribuire all’incremento degli studi storici”.

Era questo il primo passo verso la fondazione di un Archivio centrale dello Stato che, dal 30 settembre 1852, trovò sede nella fabbrica degli Uffizi. Furono concentrati nel nuovo Istituto gli archivi Diplomatico, delle Riformagioni, Mediceo, delle Regie Rendite, del Regio Diritto, delle Decime granducali, del Monte Comune e Demanio e Corporazioni religiose soppresse. Ad essi si aggiunsero negli anni successivi anche quelli del Ministero delle Finanze, dei Tribunali civili e criminali, della Zecca e delle Revisioni e Sindacati.


L’attuale archivio di Stato di Firenze sorge al posto della Casa della Gioventù Italiana del Littorio (foto) un vasto complesso, oggi non più esistente, costruito a partire dal 1936 e demolito negli anni ’70 del Novecento.

Dopo l’Unità d’Italia, stabilito che gli Archivi di Stato ricevessero la documentazione non più utile all’amministrazione corrente, anche l’Archivio di Stato di Firenze accolse i primi versamenti di carte degli uffici periferici dello stato.

Tra i 600 fondi che l’istituto conserva, spiccano per importanza i fondi Mediceo avanti il principato, il Diplomatico e il famoso Catasto fiorentino del 1427. Il primo comprende la documentazione dell’archivio della famiglia Medici per un arco cronologico che va dal XIV alla metà del XVI secolo, cioè per il periodo precedente l’investitura di Cosimo dei Medici a Duca di Firenze (anno 1537).

Il Mediceo contiene prevalentemente buste di carteggio politico-diplomatico, oltre che privato e, per una limitata parte, la documentazione proveniente dal banco Medici. Molto noto per la ricchezza e l’importanza dei suoi documenti, l’archivio in questione ci consegna non soltanto la storia di una grande famiglia, ma anche quella dell’Europa durante il periodo Rinascimentale nei suoi molteplici aspetti, basti pensare ai fittissimi rapporti internazionali che  ebbero come protagonisti molti membri della famiglia e al ruolo che essi  esercitarono.

Il secondo, Il Diplomatico, è uno dei complessi documentari che hanno segnato la nascita dell’Archivio di Stato fiorentino. Le sue origini risalgono al 1778, quando con un atto di politica culturale quanto mai innovativo e lungimirante, il Granduca Pietro Leopoldo avviò la concentrazione delle antiche pergamene sciolte conservate dagli uffici pubblici del Granducato di Toscana, istituendo a Firenze un apposito Pubblico Archivio, nel quale anche i soggetti privati furono incoraggiati a depositare le proprie. Si trattava di un’istituzione archivistica di tipo nuovo, forse la prima in assoluto aperta al pubblico anche per finalità di studio e non solo per scopi amministrativi. Al nucleo originario si aggiunsero, durante il periodo napoleonico, le pergamene provenienti dai conventi soppressi di tutta la Toscana e, via via, anche quelle donate e depositate da vari soggetti o acquistate sul mercato antiquario. 

Completiamo questa breve panoramica con il Catasto e cioè con le autografe dichiarazioni dei redditi del 1427, elenco di proprietà, creditori, e bocche da sfamare che i capofamiglia fiorentini – primo fra tutti Cosimo il Vecchio – offrono alla Repubblica per mettere in piedi un equo sistema di prelievo fiscale.

Il Catasto fu introdotto con decreto del 22 maggio 1427. Nel proemio si dichiarava tra l’altro di voler seguire la voce e il desiderio del popolo di Firenze e di voler porre un rimedio all’ineguaglianza delle imposizioni. Si ordinava pertanto che ogni cittadino dovesse dichiarare sotto il suo Gonfalone il proprio nome e quello delle persone componenti la famiglia, l’età, il lavoro e il mestiere di ciascuno, i beni immobili e mobili posseduti dentro o fuori il dominio fiorentino e anche altrove, le somme di denaro, i crediti, i traffici, le mercanzie, gli schiavi, i buoi, i cavalli, gli armenti e i greggi. Chiunque avesse occultato i propri beni sarebbe stato soggetto alla confisca degli stessi. Questo fa del Catasto un strumento imprescindibile per chiunque voglia studiare la Firenze del secolo XV.

A fronte di quanto appena illustrato, risulta perciò davvero arduo, se non impossibile, elencare i documenti (o le serie) più rappresentativi di questo istituto, un mosaico così articolato e prezioso da far sembrare quasi pretestuosa una selezione di questo genere. Fatta questa premessa doverosa, il nostro viaggio comincia dalla documentazione relativa al periodo della Repubblica e nello specifico con Dante Alighieri, padre della nostra lingua, di cui l’archivio di Stato di Firenze conserva alcune testimonianze dal valore storico unico, dalle quali emerge in modo chiaro l’impegno civile e politico del poeta. Dante conosceva, descrivendoli con accenti d’amaro sarcasmo, i “sottili provedimenti” che il Comune fiorentino si affannava a stabilire e che, approvati “ch’a mezzo novembre/ non giugne quel che tu d’ottobre fili”.

In un registro del 1299 troviamo memoria della sua partecipazione ai Consigli della Repubblica, nei verbali relativi egli prende posizione contro la proposta di prestare un aiuto militare a papa Bonifacio VIII “consuluit quod de sevitio facendo domino pape nihil fiat”.
L’Alighieri fu un protagonista di primo piano nella scena politica fiorentina di quegli anni, di cui conosceva i perversi meccanismi, ad esempio nei due mesi del suo priorato (15 giugno-15 agosto 1300), si era opposto fermamente all’ ingerenza del pontefice e del suo ambasciatore Carlo di Valois nella vita politica cittadina.
L’esito di questo scontro è noto: l’esilio di Dante.
Una prima sentenza del 17 gennaio 1302 lo colpisce in contumacia, con l’accusa, tra l’altro, di baratteria, viene condannato  a una multa, al confino e all’esclusione dagli uffici; non essendosi presentato, una successiva sentenza del 10 marzo lo condanna all’esilio perpetuo, con minaccia di morte se fosse stato catturato “Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia” Il passo in questione è conservato nel famoso “Libro del chiodo”


Il Libro del chiodo. Fotografia di Archivio Stato Firenze

Il codice, il cui nome nasce da un chiodo di circa 16 cm presente nel piatto ligneo posteriore con cui è rilegato, contiene tutte le registrazioni dei bandi comminati contro i Ghibellini e i Guelfi Bianchi (equiparati ai primi) dichiarati colpevoli di ribellione al Comune e pertanto esclusi dalla vita politica cittadina, e testimonia l’affermazione della Parte Guelfa in Firenze, dai suoi esordi (1268)  fino all’avvento del governo di reggimento, seguito al Tumulto dei Ciompi del 1378.

Ma il “Libro del chiodo”, nella sua asettica imperturbabilità notarile, è anche un formidabile spaccato della Firenze trecentesca: una città al contempo rigogliosa e feroce, che nel giro di cinque anni pone la prima pietra di Santa Croce, Santa Maria del Fiore e Palazzo Vecchio, conia il fiorino d’oro destinato a dominare l’ economia europea, e al tempo stesso combatte le sue faide intestine a colpi di condanne a morte e liste di proscrizione.

Tra gli scaffali carichi di storia dell’Archivio di Stato di Firenze è facile imbattersi nelle vicende dipersonaggi giganteschi che hanno fatto la storia, e così con un balzo di circa due secoli ecco incontrare Niccolò Machiavelli. Tra  tanti documenti che lo riguardando uno è di particolare interesse.

Era il 19 febbraio del 1513, quando a Firenze un gruppo di banditori comunicava ai cittadini il bando di cattura nei confronti di Niccolò Machiavelli. Solo pochi mesi prima stimato segretario della Cancelleria della Repubblica fiorentina e da quel giorno pericoloso affiliato dei congiurati che tentavano di rovesciare il governo mediceo. Le prove del suo coinvolgimento alla congiura non furono mai accertate, così, anche grazie all’amnistia generale concessa da papa Leone X (Giovanni dei Medici), nel marzo del 1513 fu confinato nella sua tenuta in campagna a Sant’Andrea in Percussina nel comune di San Casciano (Fi). È in questa località che, nei mesi successivi, Machiavelli completò la stesura del suo capolavoro di scrittore politico, “Il Principe”.

Importanti scoperte archivistiche hanno fatto luce sulle dinamiche di quanto avvenuto, come ad esempio sui pagamenti percepiti dai quattro cavalieri che erano stati mandati dalle autorità a cercare Machiavelli per le vie della città e quelli  che essi avevano ricevuto dopo averlo catturato.


Il bando-cattura di Machiavelli. Fotografia di Archivio Stato Firenze
Il testo del bando originale recita: ” Die XVIIII februarii 1512. Spectabili et Degnissimi Octo di Guardia et Balia della città di Firenze, fanno bandire et publicamente notificare a ogni et qualunche persona di qualunche stato, grado, o condizione si sia che sapessi, o havessi, o sapessi chi havessi o tenessi Niccolò di messer Bernardo Machiavegli lo debba, intra una hora dal hora del presente bando, haverlo notificato a detti Signori Octo sotto pena di bando di ribello et confiscatione di loro beni, notificando che paxato detto tempo non sene riceverà scusa alchuna“.

Se è vero che entrando nell’Archivio di Stato di Firenze è facile trovare scritture relative a grandi personaggi maschili è altrettanto vero che pochi luoghi, come l’istituto fiorentino conservano notizie di grandi figure femminili.
E’ il caso di Lucrezia Tornabuoni (1427-1482), figlia di Francesco Tornabuoni, poetessa, moglie di Piero de’ Medici e madre di Lorenzo il Magnifico. Nel 1467 si reca a Roma per “trovare una moglie adatta per Lorenzo” e “per conoscere la candidata Clarice Orsini, l’alleanza  tra le due famiglie era favorita e auspicata dai fratelli di Lucrezia, Francesco e Giovanni, residenti a Roma, e guardata di buon occhio dagli ambienti della curia.
La lettera che Lucrezia scrive al marito il 28 marzo di quell’anno, oggi conservata in Archivio, rivela prima di tutto la spregiudicatezza con la quale vengono valutate le varie “parti” o qualità della fanciulla. La storia di ciò che accadde è nota. Il primo incontro con la futura nuora avvenne davanti a San Pietro, dove Lucrezia si trovò con Maddalena Orsini, sorella del cardinale Rinaldo Orsini, in compagnia della figliola d’età compresa tra i 15 e i 16 anni. Ci fu poi un incontro più ravvicinato in casa del cardinale stesso, dove Lucrezia poté farsi un’idea più chiara delle qualità fisiche e morali di Clarice. Alla fine fu trovato un accordo e le nozze si celebrarono con grande sfarzo il 4 giugno del 1469.


A sinistra: presunto ritratto di Clarice Orsini, dipinto di Domenico Ghirlandaio. Fotografia di WikiMedia / National Gellery of Ireland. A destra: presunto ritratto di Lucrezia Tornabuoni, di Domenico Ghirlandaio. Fotografia di WikiMedia / Samuel H. Kress Collection

I calcoli politici di Lucrezia si rivelarono fondati, il nome Orsini era un trampolino di lancio: tra i numerosi nipoti, Giovanni salirà al soglio pontificio nel 1513 con il nome di Leone X. Appare evidente come Lucrezia Tornabuoni abbia dato una svolta fondamentale all’ascesa della famiglia fiorentina.

L’archivio non è solo il custode silente di migliaia di eventi dalla grande portata storica e dei personaggi che ne sono stati i protagonisti, tra le sue mura, l’istituto fiorentino conserva, infatti, anche numerosi documenti riconducibili a quella che potremmo definire la “normalità” del quotidiano. Nell’archivio degli Strozzi (importante nobile famiglia fiorentina, storica rivale dei Medici) ad esempio, si trova un interessante manoscritto inedito, redatto tra il  10 ottobre 1791 e il 16 luglio 1795, dal titolo “Libro di ricordi diversi, di diverse ricette e vari segreti”, il cui autore sembra essere Lorenzo  Strozzi (1748-1802). Vi si trovano elencate ricette e proprietà di sali, aceti, mostarde, vernici, elisir, acque, balsami, rimedi, cerotti e pillole: una sorta di prontuario domestico.

A differenza di molti importanti archivi disseminati sul territorio nazionale, l’edifico che ospita l’istituto è di recente costruzione, scelta che fu adottata a causa dell’alluvione del 1966. Fino al 1988 l’Archivio di Stato di Firenze era situato nella prestigiosa sede del palazzo degli Uffizi, di cui occupava il primo piano ed il piano terreno di entrambe le ali, ma il ricordo dell’esondazione dell’Arno e dei danni ingenti che aveva provocato erano ancora vivi (si è arrivati a calcolare un’entità complessiva di circa 70.000 pezzi alluvionati).


Uno dei documenti alluvionati nel 1966. Fotografia di Archivio Stato Firenze

Si decise quindi di realizzare una nuova sede, i cui lavori furono avviati nel 1977. Il progetto scelto (tra molte critiche) fu quella di Italo Gamberini, formatosi nell’ambiente del primo razionalismo italiano e influenzato dalla tecnologia dell’architettura dei primi anni Settanta. Il luogo scelto si trovava tra piazza Beccaria e viale Duca degli Abruzzi.  

Nell’ottica di potenziare e coniugare la preservazione dei documenti e la loro consultabilità, l’Archivio di Stato di Firenze oltre ad essere ospitato in questo nuovo edificio, dalla metà degli anni Novanta ha portato avanti un’opera sistematica di digitalizzazione documentaria per valorizzare lo straordinario patrimonio storico che conserva.  Alcuni progetti hanno visto ad esempio l’edizione on line di interi fondi corredati da complessi sistemi di descrizione archivistica: il progetto di digitalizzazione dell’archivio Mediceo avanti il Principato e il Diplomatico sono gli esempi più rappresentativi della strada intrapresa.
Questi progetti fanno dell’Istituto fiorentino un luogo unico nel suo genere, dove l’utilizzo delle più moderne tecnologie  si coniuga perfettamente con la tutela e la salvaguardia del passato e cioè con l’enorme valore di complessi documentari tra più importanti al mondo.