Rugby femminile, le ragazze dell’Italia che fecero l’impresa


ROMA – Perché l’Italrugby torni a vincere all’Olimpico di Roma – sono passati più di 6 anni da un Irlanda-Italia con Lo Cicero, Masi e Orquera – bisogna che scendano in campo le ragazze. La Fir sta pensando di organizzare un incontro della Nazionale femminile in occasione del prossimo Sei Nazioni, subito dopo quello degli uomini: all’estero è già accaduto, nel 2018 le azzurre avevano vinto nel suggestivo Principality Stadium, il Tempio di Cardiff (Galles battuto 22-15, mentre i maschi persero 14-38). Nel 2020 ci saranno 2 occasioni a disposizione: con la Scozia il 22 febbraio, o l’Inghilterra il 14 marzo. Ci sarà da fare i conti con le squadre di calcio, lo stadio della Capitale non è di proprietà della Federazione. Ma i contatti sono avviati.

 “Non paragonateci ai maschi”

“Non paragonateci ai maschi, per favore”. Maria Cristina Tonna, responsabile del settore femminile della Fir, esordisce sempre così. Per pudore, modestia. Però è impossibile. Confronto inevitabile, numeri imbarazzanti. La Nazionale di Parisse ha perso gli ultimi 22 incontri del Sei Nazioni, ha collezionato 14 Cucchiai di Legno, è scivolata al 14° posto del ranking. Squadra di professionisti dagli stipendi più che robusti, farcita di oriundi ed equiparati, cambia regolarmente allenatore (straniero) senza riuscire a darsi un gioco, un’identità. Le italianissime ragazze, invece: hanno appena chiuso al 2° posto il torneo perdendo solo dall’Inghilterra, sono seste nella classifica mondiale davanti a colossi ovali come Australia e Sudafrica. Offrono un rugby veloce, aggressivo e divertente grazie ad un ct aquilano fiero delle sue radici. Diaria giornaliera: 60 euro.

 Ottomila tesserate, che boom

 Pensare che era cominciato tutto con un’improbabile partita a Riccione, nel 1985: Italia-Francia zero a zero, neppure l’ombra di una meta. Maria Cristina Tonna allora aveva 15 anni. “Poco più di una bambina. Mi fecero indossare la maglia numero 8, che se ci penso adesso è roba da matti. La gente ci guardava come fossimo marziane”. Incontri per ‘guardoni’, o quasi. “Non più di uno all’anno, e molto – come dire? – amichevoli. Non mi sono mai arresa ai pregiudizi”. Giocava nel Rugby Ostia, con i ragazzi. “Una volta mi fecero entrare negli ultimi minuti e il capitano, rosso di rabbia, si tolse la maglia: ‘Mettetela al posto mio, perché esco: non posso continuare, accanto a una donna”. Da allora, la palla ovale femminile ha fatto passi da gigante: oggi c’è una serie A a 19 squadre e più di 8.000 tesserate – erano 600 nel 2005! -, la maggior parte delle quali ha meno di 18 anni.

Manuela, operaia e regina ovale

 “Sono Manuela, orgogliosa trentenne, operaia e rugbista. Lavoro dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 17.30. Mi alleno in campo il martedì, mercoledì e venerdì. La domenica gioco. Sono un’atleta di interesse nazionale quindi, da qualche anno a questa parte, integro i miei allenamenti in campo con delle sedute di atletica e palestra: a volte le faccio prima dell’allenamento in campo, a volte nei giorni della settimana in cui non ho campo, alcune settimane tutti i giorni, altre volte la mattina prima di andare a lavoro, sempre se non sono molto stanca. Ci sono anche giornate in cui sono talmente sfinita che crollo sul divano! Lo faccio per pura passione, perché amo il mio sport perché in tanti anni in cui lo pratico mi ha dato tante emozioni, a volte dure ma tante altre molto belle”. Post sul profilo facebook di Manuela Furlan, capitano della Nazionale. Che entusiasmo. Le altre azzurre sono come lei. Francesca Sberna gioca a Colorno e di professione allena cavalli. Camilla Sarasso nel Cus Torino, al 4° anno di medicina. Anche Giada Franco – la bellezza e la grazia della mamma brasiliana, la “cazzimma” del papà salernitano: per 2 volte Woman of the Match in questo Sei Nazioni – gioca a Colorno e va all’Università. Maria Magatti veste la maglia del Cus Milano e allena i ragazzini, quando non studia pedagogia. A Padova hanno sconfitto la Francia davanti a 3.500 spettatori entusiasti, offrendo un rugby che – come spiega il loro allenatore, Di Giandomenico – “è quello che sfrutta al meglio le caratteristiche di noi italiani: adattabilità, grinta, rapidità nel capire le situazioni e muoversi di conseguenza. Senza dimenticare gli insegnamenti dei Maestri francesi, da Villepreux a Coste”.
 

“Formare giocatrici e persone migliori”

Il “boom” delle ragazze ovali lo vedi sui campi da rugby, dove le bambine sono sempre più numerose ed entusiaste. “I successi del Sei Nazioni ci hanno regalato una popolarità importante e meritata: ben venga una partita all’Olimpico, anche se giocando in giro per l’Italia ci garantiamo una grande promozione”, spiega Tonna. Da 600 a 8.000 tesserate in soli 14 anni è impressionante. In Italia il rugby è – anche – donna. “Vogliamo continuare a crescere, la Federazione ci sta supportando”. Le ragazze sotto i 18 anni giocano il rugby a 7, che non è come il ‘Seven’ maschile perché ci si confronta su metà campo. “Al momento non potremmo fare altrimenti, nei club il numero delle giocatrici non è ancora sufficiente per garantire dei campionati regolari a 15”. Però. Nei prossimi mesi le migliori giovani saranno selezionale in 4 selezioni per aree nazionali: Nord-Est, Nord-Ovest, Centro e Sud. Quadrangolari a 15 ragazze per squadra. “L’obiettivo è quello di formare nel giro di un paio di stagioni una nazionale Under 20 che possa partecipare a manifestazione internazionali”. Professionismo? No, grazie. “Non ci sono le condizioni. Non ancora. E poi, il rugby è uno sport che va vissuto per la sua bellezza, l’opportunità di stare insieme e divertirsi. Le ragazze saranno seguite nei loro percorsi scolastici e selezionate non solo in base alle capacità tecniche e fisiche, però anche etiche, morali. Vogliamo che in futuro siano delle giocatrici ma soprattutto delle persone migliori”. Combattendo, vincendo. “E non paragonateci ai maschi”.

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