Sulla difesa dei dialetti: statalismo vs. identità

Sulla difesa dei dialetti: statalismo vs. identità

Il giorno 13 dicembre 2016 il Consiglio regionale del Veneto ha approvato il progetto di legge regionale 116 intitolato Applicazione della convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali. L’evento, scarsamente notato, merita invece alcune riflessioni.

Il principale autore del p.d.l. è un certo Loris Palmerini, perito informatico e laureando in pedagogia dal 1995, in sostanza un populista, di quelli che vanno per la maggiore al giorno d’oggi. La legge approvata dal Consiglio è abbastanza retorica e priva di concretezza, soprattutto se paragonata a quanto inizialmente proponevano gli autori. In particolare, non è passato il “patentino di bilinguismo” che avrebbe dovuto essere rilasciato dal sedicente “Istituto Lingua Veneta”. Molto probabilmente la legge sarà presto impugnata presso un tribunale amministrativo, ad esempio perché in contraddizione con la legge dello stato 482/99, sulle minoranze linguistiche che, all’art. 2, stabilisce ex ante l’elenco ufficiale delle minoranze linguistiche, non passibile di aggiornamento.

Potremmo anche smettere di preoccuparci di questa ennesima manifestazione del moderno “neo-barbarismo” politico che, in Italia, è degnamente rappresentato dalla Lega Nord. Tuttavia, non bisogna sottovalutare la voglia di auto-identificazione tipica degli esseri umani: se uno ha deciso che è veneto, prima che italiano (oppure catalano prima che spagnolo … o viceversa), è molto difficile sradicare questo pensiero dalla sua testa (e probabilmente non si deve neanche). Inoltre, ricordiamoci che la lingua è un motivatore irrazionale ma molto potente, al pari del sesso e dei soldi. Non a caso Trump è stato votato da coloro che odiano, nell’ordine: 1) il politicamente corretto linguistico; 2) i gay e l’aborto; 3) le tasse e Wall Street.

Quali conseguenze può avere l’applicazione della legge regionale veneta o la sua disapplicazione? Il consigliere di minoranza Graziano Azzalin (PD), durante la discussione della legge, esclamava: «Sui cartelli scriveremo a ‘inanzdrit o par de là?». Ma, retorica a parte, quali sono i benefici e i danni dei cartelli stradali in lingua locale? Qual è l’esperienza internazionale in tal senso? Vale la pena, quindi, discutere alcune questioni riguardanti il rapporto tra l’identità linguistica e il potere politico.

Folklore scientifico

Le motivazioni vere che i proponenti della legge si può supporre avessero in mente sono le solite cose, neanche tanto celate: accaparramento dei soldi pubblici e lotta per il potere. Quando lo stato parla di “valorizzazione” significa, il più delle volte, un nuovo modo per sperperare il danaro del contribuente. In particolare, nelle regioni italiane dove vige il “bilinguismo” vigono anche dei superstipendi per gli impiegati pubblici “bilingui” (superstipendi, tra l’altro, promessi anche da Palmerini anche alla costituenda “nazione” veneta). Quanto alla lotta per il potere, si ricordi che il patentino di bilinguismo doveva essere rilasciato, nelle intenzioni dei proponenti, da un ente di cui lo stesso Loris Palmerini è presidente.

Le altre motivazioni, quelle pubblicamente esposte, contengono tutti gli ingredienti tipici del populismo moderno: il vittimismo identitario e l’odio per il diverso. Basti pensare che uno degli argomenti per la “valorizzazione” del veneto è il fatto che la UE abbia legiferato per la protezione delle minoranze rom e sinti, ossia l’emblema stesso del “diverso”. E che siamo noi, peggio degli zingari?

Il tutto è, poi, abbondantemente condito da una buona dose di pseudo-scienza. Palmerini si diletta con la cosiddetta “folk-linguistics”, di fatto una pseudo-linguistica, praticata dai non specialisti affascinanti da iscrizioni antiche in alfabeti misteriosi, ma con pochissimo senso critico in testa. Questo spiega sue affermazioni come la seguente:

Stando un po’ più elastici, dato che i linguisti dicono che tutti i dialetti del nord Italia hanno discendenza dalla antica lingua venetica, si potrebbe definire perfino il popolo padano-veneto, ma non sarebbe il popolo veneto comunemente inteso

Ovviamente nessun dialetto del Nord Italia discende dall’antico venetico — una lingua indoeuropea del gruppo italico, lo stesso del latino, testimoniata da una serie di scarne epigrafi dedicatorie. Molto meno romanticamente, e per niente misteriosamente, le varietà romanze, tanto nel Settentrione quanto nel resto dell’Italia, derivano dal latino volgare. Le fantasie adolescenziali che mescolano etnonimi, lingue scomparse e vecchie glorie imperiali si sperava fossero state abbandonate per sempre dopo la II Guerra Mondiale, e invece eccole di nuovo all’ordine del giorno (spesso mascherate con l’eufemismo geopolitica). Il “millenarismo veneto” di Palmerini sarebbe comico — la parola millenario/a compare più di 530 volte nel suo blog — se non si traducesse in leggi regionali approvate. Le sue elucubrazioni pseudo-linguistiche sono sicuramente fuffa, e infatti fare affermazioni contraddittorie non presenta, per lui, alcun problema metodologico. Così, sull’altro sito riconducibile a Palmerini, l’ipotesi delle origini preromane del veneto moderno è correttamente smentita da J. Trumper, presentato — si noti la stilistica — come “esperto e rispettato linguista di origine gallese, che insegnava (al momento dell’intervista) alla Università di Cosenza (Italy), ma ha anche insegnato per diversi anni a Padova”.

La cosa un po’ comica è che anche sul versante politico opposto, nel momento in cui si pretende di dileggiare l’attivismo linguistico leghista, si ricorre ad argomentazioni di pura folk-linguistics. Un certo Paolo Colonnello, su La Stampa del 10/04/2017, ironizzando sulla volontà della giunta Maroni di finanziare un’associazione per la difesa del lombardo, fa una serie di affermazioni antiscientifiche sulle varietà linguistiche lombarde che non differiscono tanto da quelle di Palmerini sul veneto: il bergamasco avrebbe “radici gallo-celtiche”! (ringrazio Daniele Baglioni per la segnalazione). Paradossalmente, uno stesso artificio retorico — il dialetto che viene fatto discendere da qualche varietà antica preromana — è usato da L. Palmerini come argomento a favore della lingua locale, e in senso esattamente opposto da P. Colonnello.

Quale politica linguistica?

Tutto questo folklore locale può anche essere ignorato, ma cosa c’è dietro il concetto di politica linguistica? E quale politica linguistica è quella giusta? Infine, cosa insegna l’esperienza internazionale?

È noto che varie forme di bi- e multi-linguismo sono presenti praticamente dappertutto sulla Terra: conoscere, a vari livelli, due o più lingue è una cosa molto più normale che parlarne una solamente. I conflitti tra lingue diverse — o meglio: tra parlanti che si autoidentificano ricorrendo alla propria padronanza di lingue diverse — sono quindi potenzialmente sempre possibili. Cosa risponde la politica? Come va gestita questa situazione nel mondo contemporaneo?

Va subito detto: per moltissimo tempo lo stato ha risposto con la repressione. Per tutto il XX secolo parlare una certa lingua anziché un’altra poteva essere sanzionato con pene detentive o capitali (si pensi alla storia della repressione linguistica nell’Unione Sovietica). Ancora oggi non è raro vedere qualcuno discriminato perché ha parlato in una certa lingua anziché in un’altra. È successo pochi giorni fa a Barcellona che un catalano fosse multato con ammenda di 600 euro per aver salutato in catalano un poliziotto — evidentemente parlante castigliano — impiegato all’aeroporto di Barcellona. La faccenda è talmente ridicola da sembrare impossibile (ringrazio Roberto Cordano per la segnalazione). Tuttavia fatti come questo accadono molto di frequente in moltissimi paesi del globo, inclusi paesi che sembravano civili, e spesso con esiti anche tragici. In fondo, anche l’invasione russa del Donbass e l’occupazione della Crimea sono state giustificate con la volontà di difendere i parlanti di lingua russa.

In Italia il centralismo linguistico e la politica antidialettale hanno avuto una storia altalenante, secondo il contesto culturale del momento. Il fascismo fu attivamente purista, promuovendo politiche linguistiche anche aggressive: si italianizzavano singole parole e intere regioni (si veda, tra l’altro, questo volume). Di quell’epoca sopravvivono alcuni termini di uso comune (tramezzino per sandwichcalcioper football e poco altro), nonché la toponomastica altoatesina e friulana. Nel Dopoguerra la sinistra, anche in funzione antifascista, riscopriva le culture popolari e locali, ivi inclusi i dialetti (il “povero è bello” implica immancabilmente “dialettofono è bello”). Nel frattempo, lo Stato centrale si sobbarca il compito della difesa di alcune lingue minoritarie, ovviamente con scopi politico-elettorali. In tempi più recenti avviene l’ennesimo rovesciamento dei gusti: la sinistra torna linguisticamente purista, si cruccia per la scarsa scolarizzazione delle nuove generazioni invocando interventi del governo. Invece, la staffetta della “dialettofilia” è stata raccolta dalla nuova destra populista.

La protezione “all’italiana” delle lingue minoritarie spesso nasconde la volontà di creare facili vantaggi per i locali, in confronto ai nuovi arrivati. Tuttavia, come capita spesso alle politiche di stampo statalista, questi provvedimenti banalmente falliscono i propri scopi, spesso con effetti paradossali. In Valle d’Aosta, ad esempio, l’introduzione dell’esame obbligatorio di patois ai concorsi pubblici sembra aver favorito maggiormente i figli dei migranti meridionali, anziché i giovani originari delle valli. Questo perché il patois vero, parlato nelle valli, è una lingua informale e familiare, difficilmente codificabile, mentre il “patois amministrativo” equivale, di fatto, al francese. I figli dei pastori sanno parlare il vero patois, ma il francese lo sanno meglio i meridionali di seconda generazione, i quali, per emergere socialmente, lo studiano a scuola con molta più dedizione.

Si noti anche che la pianificazione linguistica andava di moda negli anni ’60–’70, stessa epoca in cui andava di moda, guarda caso, anche la pianificazione nell’economia. Tuttavia, costringere dall’alto le persone a parlare, o a non parlare, una certa lingua è un’utopia irrealizzabile senza il ricorso alla violenza. Esattamente come imbrigliare l’economia è impossibile senza praticare violenza.

Una componente violenta e lesiva delle minoranze è stata inserita anche nella nuova legge veneta, nel momento in cui sono stati annoverati come “veneti” i cimbri e i ladini. I cimbri sono un gruppo di coloni tedeschi arrivati nelle valli venete qualche secolo fa. Costringere dei tedeschi a parlare veneto è il risvolto più assurdo che questa legge potesse avere (per fortuna non succederà nulla di tragico, visto che i cimbri si sono praticamente estinti).

Cosa dice la linguistica

Curiosamente, la linguistica, come scienza, è di solito assolutamente irrilevante nelle questioni inerenti alle politiche linguistiche. La linguistica, infatti, non possiede strumento alcuno per dimostrare la correttezza di una certa policy. Chiunque faccia uso di argomentazioni simil-linguistiche (e spesso pseudo-linguistiche) nel dibattito sulle politiche linguistiche è in errore. Qualsiasi affermazione del tipo “questa lingua va protetta perché ha una storia millenaria” è priva di senso. Le lingue che vengono studiate dai linguisti sono entità di natura totalmente diversa rispetto a ciò che la politica considera lingua. Inoltre, vanno ribaditi alcuni punti importanti.

  • Non esiste alcuna distinzione di principio tra ciò che è lingua e ciò che è dialetto. Le possibili differenze sono solo politiche, storiche o culturali.
  • Il veneto moderno non deriva dal venetico preromano.
  • Non è vero che la globalizzazione è dannosa per le lingue minoritarie. Semmai il contrario: oggi Internet e i social networks sono degli strumenti formidabili anche per la popolarizzazione e la protezione delle lingue in via di estinzione.
  • Lingua e cultura non sono la stessa cosa. Una cultura locale può sopravvivere anche se il medium linguistico cambia.
  • La lingua non equivale al suo dizionario: le vere differenze tra lingue sono nella grammatica e non nelle parole “esotiche” la cui esoticità è una questione molto soggettiva e di scarsa rilevanza dal punto di vista scientifico.
  • Purtroppo va anche detto: non è vero che se sparisce una lingua minoritaria sparisce tutta questa grande ricchezza. L’affetto verso una lingua in via di estinzione è una cosa soggettiva e non formalizzabile. La morte delle lingue è un processo naturale tanto quanto l’evoluzione biologica. Perché tutto cambia. L’italiano dell’800 non è quello di oggi; molte cose si sono perse ed altre sono state acquisite e questo nonostante, o forse a causa di, uno sforzo enorme per la scolarizzazione generale.
  • Per il sentimento identitario spesso è più importante distinguersi dialettalmente dagli abitanti del villaggio vicino, che non dalla lingua statale. Qualsiasi imposizione di un “veneto ufficiale” si trasformerà in violenza linguistica a sua volta.

Successi e fallimenti

Le politiche linguistiche, in generale, sono destinate al fallimento. È stato osservato che:

the various classical language planning activities of the 1960s faded, and the language policy that developed in the nations of the world continued to evolve with little reference to plans (B. Spolsky, The Cambridge Handbook of Language Policy, 2012: p. 4).

Quando, come nel caso di alcune lingue celtiche, le politiche hanno apparentemente successo, questo è dovuto più ad altri fattori, spesso imponderabili, che non alle politiche in sé. Della stessa opinione è addirittura anche Meirion Prys Jones, che presiede il Welsh Language Board:

You can have as much legislation as you want, you can have as much policy as you want but unless you get in amongst the people and persuade them that the language is useful to them, there’s no hope

Infatti, la rinascita recente del gallese è partita dal basso, anziché essere calata dall’alto; un processo simile è in atto anche in Scozia. È successo che la Welsh Language Society, nata come gruppo di protesta negli anni ’60, si è oggi evoluta in un rispettabile gruppo di pressione della società civile che promuove, con successo, iniziative dal basso:

While historically considered by some as the lunatic fringe of language campaigners, Cymdeithas’ pressure has helped produce serious gains for the language. Welsh now enjoys official status; public services are obliged to have language schemes and bilingual provision; Welsh education is available from nursery to university; laws protect your right to speak Welsh in the workplace. However, there are still battles.

Oggi, quasi incredibilmente, il numero dei parlanti del gallese nell’intervallo di età dai 3 ai 24 anni è maggiore che nelle fasce d’età superiori (si veda qui, p. 12, figura 2). È notevole che il Galles sia riuscito a fare in due decenni ciò che la Repubblica d’Irlanda non riesce a fare da quando ottenne l’indipendenza: far crescere l’atteggiamento positivo nei confronti della lingua celtica indigena. Eppure in Irlanda il gaelico, da generazioni, è materia d’obbligo quasi in tutte le scuole elementari e medie.

Le differenze tra la situazione gallese e quella veneta sono palesi. Nel Galles, 1) è la società civile stessa che promuove il ripristino di una lingua minoritaria; 2) esiste una storia secolare di abbandono forzato della lingua minoritaria; 3) tale lingua minoritaria è davvero a rischio di estinzione. Nel Veneto, il dialetto è alquanto vivo, forse più vivo che nelle altre regioni italiane; nessuno ti arresta o ti licenzia se parli in veneto. Quanto alla società civile, non sembra esserci stata una particolare domanda dal basso di protezione statale della lingua locale, proprio perché non percepita come a rischio di estinzione. Viceversa, l’iniziativa dall’alto rischia solo di trasformarsi in un nuovo “centralismo localista”.

In Scozia è scoppiata, recentemente, una gustosa polemica sui famosi cartelli stradali bilingui: si sosteneva che tale segnaletica creasse confusione e quindi fosse potenzialmente pericolosa per la sicurezza stradale. Alcuni studi sembrano dire il contrario: i cartelli bilingui costringono il guidatore a rallentare (per capire la scritta), e di conseguenza diminuisce il pericolo di incidenti dovuti all’eccesso di velocità. Esistono, tuttavia, anche ricerche che danno risultati meno rassicuranti.

In conclusione: un po’ di utopia libertaria

Infine, un accenno a una possibile soluzione universale di tutti i problemi linguistici: la libertà. Pochi sanno che negli USA non esiste alcuna lingua ufficiale. Per sicurezza citiamo il CIA Factbook:

the US has no official national language, but English has acquired official status in 31 of the 50 states; Hawaiian is an official language in the state of Hawaii

Questo significa che qualsiasi possibile conflitto tra parlanti di lingue diverse è disinnescato preventivamente. Nessun datore di lavoro potrà appellarsi a una legge federale se non vuole, per esempio, assumere un lavoratore che non parla l’inglese. O, ancora, nessuno potrà mai dire: questo ente deve essere chiuso perché i dipendenti parlano spagnolo tra di loro. È solo il mercato a decidere quale lingua conviene di più. E infatti esistono, ad esempio, interi quartieri in cui l’inglese è minoritario e le persone vivono tutta la vita con il solo spagnolo/cinese/russo. Ho osservato con i miei occhi una scuola media di New York in cui l’insegnamento è svolto interamente in spagnolo (non escludo ci siano scuole analoghe anche per le altre minoranze linguistiche). E le lingue indigene dei nativi americani hanno avuto una loro storia di fioritura culturale, vedi la creazione di un sistema di scrittura per il cherokee, che rimane in uso ancora oggi. Tutto questo senza il bisogno di alcuna “valorizzazione” da parte dello stato.

Quanto detto finora può essere riassunto nei punti seguenti:

  • A nessuno va impedito di parlare la lingua che preferisce, e di svolgere in essa qualsiasi altra attività, incluse quelle con finalità educative.
  • È scientificamente infondato opporre lingue a dialetti, visto che la differenza è solo politica.
  • L’iniziativa di tutela linguistica deve provenire dai parlanti, non dallo stato, che deve legiferare il meno possibile su questi temi.